Senza concorrenza

Liberalizzazioni? Nessun passo avanti (del governo) e decine di passi indietro (degli enti locali).
Senza concorrenza

Senato italiano (foto LaPresse)

Roma. Doveva essere una delle innovazioni rottamatrici del governo Renzi, uno di quei provvedimenti che avrebbero dovuto rigenerare l’economia attraverso la distruzione creatrice del mercato, e invece la legge sulla Concorrenza si è arenata al Senato – dopo essere stata annacquata alla Camera – a quasi due anni dall’approvazione in Consiglio dei ministri, quando al ministero dello Sviluppo economico c’era ancora Federica Guidi. Tutto è rimandato a dopo il referendum costituzionale del 4 dicembre (meglio non disturbare potenziali gruppi di elettori), ma non sarà finita, perché il testo che verrà approvato a Palazzo Madama dovrà ritornare alla Camera, visto che il Senato ha effettuato alcune modifiche. Se da un lato il tragitto della “navetta parlamentare” indica con chiarezza tutti i limiti del bicameralismo perfetto su cui interviene la riforma, dall’altro la lentezza e i cambi di rotta nell’approvazione del provvedimento mostrano un progressivo affievolimento dello spirito riformatore della maggioranza sui temi dell’economia.

 

A febbraio 2015 il governo Renzi aveva sicuramente dato un segnale positivo con la presentazione della prima legge annuale sulla Concorrenza dal 2009, da quando cioè esiste l’obbligo di approvarne una ogni anno sulla base delle segnalazioni dell’Antitrust. Ma già al momento del passaggio in Consiglio dei ministri, l’allora ministro Guidi fu costretto a togliere dal testo la liberalizzazione dei farmaci di fascia C. Da lì in poi il ddl Concorrenza ha subìto in Parlamento una serie di attacchi, pressioni da parte di gruppi d’interesse, mediazioni e ritocchi che hanno snaturato o depotenziato il provvedimento: gli avvocati sono riusciti a limitare la possibilità dell’ingresso delle società di capitali, i notai hanno praticamente vinto su tutta la linea respingendo le aperture e le liberalizzazioni non gradite, i farmacisti hanno conservato la fascia C. Sul capitolo scottante dei trasporti, i tassisti l’hanno spuntata di nuovo riuscendo a conservare l’attuale legislazione e a respingere le innovazioni verso la sharing economy (Uber) proposte dall’Antitrust. Tutto è rimandato a una legge delega dai contorni molto ampi che dovrebbe ridisegnare il settore dopo l’approvazione del ddl Concorrenza, ma che per adesso lascia tutto com’è, con piena soddisfazione dei tassisti che avevano minacciato scioperi e blocchi. Anche con tutti questi aggiustamenti che indeboliscono il testo uscito dal Consiglio dei ministri, la legge ormai non vedrà la luce prima del 2017.

 

Il problema però non sono soltanto i lenti e timidi passi in avanti su concorrenza e liberalizzazioni che tardano ad arrivare, ma i numerosi passi indietro che invece sono decisi e puntuali. Solo pochi giorni fa il consiglio comunale della Roma grillina ha approvato a larghissima maggioranza una mozione che chiede di sospendere la direttiva Bolkestein e punta a prorogare fino al 2020 le concessioni degli ambulanti senza effettuare alcuna gara pubblica, conservando una situazione incancrenita e poco trasparente. Azioni simili contro la Bolkestein vengono adottate periodicamente da tutte le forze politiche per altre attività come gli stabilimenti balneari. Soprattutto a livello locale, dove il potere elettorale e interdittivo delle organizzazioni è più forte, non si contano i provvedimento che puntano a limitare l’apertura dei mercati. Non si contano le ordinanze comunali che stabiliscono criteri stringenti, e a volte molto discrezionali, per l’avvio delle attività. Il caso più eclatante è quello del comune di Firenze, ex città di Matteo Renzi, in cui il sindaco Nardella ha approvato un regolamento anti-McDonald’s che obbliga i negozi del centro a vendere per almeno il 70 per cento del totale prodotti del territorio e della tradizione toscana. Stesso principio,  almeno 60 per cento di prodotti veneti, a Padova dove però l’obiettivo del sindaco leghista Massimo Bitonci sono i kebab.

 

In Toscana il governatore Enrico Rossi ha invece approvato una legge sul fenomeno Airbnb, che anziché regolare i grandi proprietari finisce per colpire chi ha anche una sola casa da affittare, assimilandolo di fatto a un albergatore. In Friuli Venezia Giulia il presidente Debora Serracchiani, che è anche vicesegretario del Pd, ha fatto approvare una legge regionale che bypassa quella nazionale e obbliga i negozi a rimanere chiusi durante dieci festività. Nonostante una sospensiva del Tar, che ha dato ragione a un’attività commerciale ricorrente, regione e sindaci hanno comunque richiesto l’applicazione della norma minacciando multe a chi avesse osato alzare la saracinesca il giorno di Ognissanti.

 

Tutti questi provvedimenti volti a minare le liberalizzazioni avviate negli anni passati, non solo non hanno provocato una reazione da parte del governo, ma hanno anche ispirato normative nazionali. La legge friulana sulla chiusura dei negozi è per esempio identica alla nuova legge, già approvata in maniera trasversale alla Camera, che obbliga i negozi a chiudere per almeno 12 giorni festivi l’anno, smantellando la liberalizzazione sugli orari d’apertura dei negozi introdotta dal governo Monti nel “Cresci Italia”. Allo stesso modo, in un provvedimento che non ha nulla a che fare con la concorrenza, il ministro della Cultura Dario Franceschini ha fatto approvare il decreto “Scia 2” che estende a livello nazionale il “modello Firenze”. Secondo la norma, che ha lo scopo di tutelare le “botteghe storiche”, i comuni e le regioni potranno vietare o sottoporre a specifiche autorizzazioni l’apertura delle attività commerciali in “aree di particolare valore archeologico, storico, artistico e paesaggistico”. In pratica su tutto il territorio nazionale. Sulla tela delle liberalizzazioni il lavoro di scucitura è più intenso di quello di tessitura.

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