Il business non è (ancora) di casa

Il flusso degli investimenti dice che l’Italia se la cava ma non basta
Il business non è (ancora) di casa

Le opportunità di investimento in Italia, si sa, sono complicate da cogliere. Non è la destinazione preferita dalla finanza cosmopolita o dalle multinazionali innovative. E di certo non sono d’aiuto le peculiari inefficienze nazionali come la lentezza della giustizia civile (le dispute tra imprese e debitori impiegano 1.120 giorni per essere risolte) o la forte pressione fiscale e burocratica (le imprese hanno 14 appuntamenti con il fisco all’anno e pagano tasse per il 64,8 per cento del profitto, secondo EY). Gli ultimi dati dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico relativi agli investimenti diretti esteri in entrata verso l’Italia – una misura dell’attrattività del paese – nel primo semestre del 2016 non accentuano l’impressione della fragilità nazionale. Anzi, in una certa misura, ridimensionano questa visione. Nei primi sei mesi dal 2015 gli investimenti verso l’Italia si erano fermati a 6,2 miliardi di dollari mentre nello stesso periodo di quest’anno sono arrivati a 7,8 miliardi (più 26 per cento). Negli ultimi cinque anni nei quali tre governi hanno cercato di rendere più facile scommettere sul paese, la performance italiana si è difesa bene, anche se c’è un ampio divario rispetto ai paesi vicini. Viene infatti confermata la tendenza ad attirare flussi di capitali inferiori rispetto agli altri paesi dell’Unione europea: se l’Italia s’è avvicinata agli 8 miliardi, Germania, Francia e Spagna sono arrivati a 20 o più, sempre alla metà del 2016.

 

Confrontando i primi sei mesi di quest’anno con lo stesso periodo dell’anno prima si capisce che gli investimenti in entrata sono cresciuti di meno rispetto alla media europea (del 26 per cento contro il 60), mentre i flussi a livello mondiale calavano (meno 12). Confrontando invece il primo con il secondo trimestre 2016 gli investimenti verso l’Italia sono aumentati dell’1 per cento contro un calo del 114 per cento nell’Ue e un calo del 45 per cento nel mondo. “C’è un contesto generale debole ma non c’è una particolare debolezza italiana, che anzi negli ultimi anni ha recuperato molta della strada persa nel decennio precedente”, dice Alessandra Lanza, partner della società di consulenza Prometeia. L’Italia non è ancora “un paese bellissimo per fare crescere le idee e il business”, come disse Renzi rivolgendosi agli investitori internazionali, ma nemmeno una landa inospitale, a quanto pare.

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