L’impresa che serve all’Italia

No agli imprenditori bloccati dalla paura. No al pessimismo che si traduce in anti capitalismo. “Senza visione, Europa ed euro sono senza futuro. Serve un impegno contro il Fiscal Compact”. Intervista a Vincenzo Boccia, capo di Confindustria.
L’impresa che serve all’Italia

Vincenzo Boccia (foto LaPresse)

A un certo punto della conversazione, dopo aver parlato di tutto, dal governo al referendum, dall’Europa al Movimento 5 stelle, dalla cultura anti impresa che regna in Italia fino al Sole 24 Ore, Vincenzo Boccia si ferma un attimo e racconta un aneddoto per provare a rispondere a una domanda cruciale, che riguarda la salute del tessuto industriale del nostro spese. La domanda è semplice e lineare: ma qual è il vero e principale problema dell’imprenditoria italiana? Il presidente di Confindustria ci pensa un istante, affonda il corpo sullo schienale della poltrona e la mette così.

 

“Quando ero giovane, una delle cose più belle che facevo a Salerno era andare in pausa pranzo con la mia moto sulle strade della costiera amalfitana, e quando si va in moto la cosa più divertente e più spettacolare è ovviamente fare le curve. Lo facevo spesso con un mio caro amico, quando ne avevamo occasione. Molti anni dopo, da meno giovane, quel mio amico è tornato da me e mi ha proposto di tornare ad andare a fare curve in costiera. Ero sposato, avevo già due figlie, avevo una vita diversa ma mi illusi di essere ancora giovane e spericolato e così comprai una nuova moto. Non appena sono salito sulla moto, mi sono reso conto di avere paura, di essere terrorizzato da ogni pericolo, da ogni possibile brecciolino sull’asfalto, da ogni possibile macchia d’olio, e immobilizzato dalla paura a un certo punto ho frenato male in curva e sono finito nella corsia opposta. Non passava nessuno. Ma se fosse passato qualcuno non sarei qui a parlarne. Tutto questo perché lo dico? Perché credo che oggi il vero problema dell’imprenditore italiano sia questo: pensare troppo a ciò che potrebbe andare male, al brecciolino sull’asfalto, e di conseguenza ritrovarsi paralizzato e risucchiato nel pessimismo, risultando incapace di rischiare come invece dovrebbe fare un uomo di impresa. I nostri papà vivevano in un mondo più difficile del nostro, con un'inflazione a due cifre e tassi di interesse inquietanti, ma avevano la forza e il coraggio di cogliere anche nei momenti difficili le opportunità. Se viene meno la passione, viene meno l’impresa. Se viene meno l’impresa, viene meno l’Italia”.

 

Il ragionamento del presidente di Confindustria, contro la cultura della lagna, ci porta ad affrontare un altro tema che sarà importante nei prossimi mesi e che riguarda indirettamente anche il referendum costituzionale. Boccia ha schierato la Confindustria con convinzione sul Sì e non perde occasione per rivendicare la propria scelta. Ma il Sì al referendum costituzionale non è, dice Boccia, soltanto un Sì legato alla stabilità, che deve essere mantenuta in Italia, ma è legato a un’altra questione cruciale: che cosa risulterebbe difficile nel nostro paese in caso di vittoria del No al referendum? E attraverso questo filo conduttore è anche più facile capire quali sono oggi i punti principali nell’agenda di Confindustria.

 

“Se dovesse vincere il No al referendum non ci sarebbe un cataclisma ma ci sarebbe uno scenario secondo noi inaccettabile, sintetizzato perfettamente dal nostro vecchio amico Stefano Parisi: non cambierebbe nulla. Ecco: se non dovesse cambiare nulla, io credo che l’Italia avrebbe dei problemi ad affrontare quelle che oggi considero delle priorità. Non faccio un ragionamento politico o economico, faccio un discorso che riguarda il futuro del paese. Il primo problema riguarda ciò che succede dentro le nostre fabbriche, il secondo quello che succede fuori dalle nostre fabbriche, sia a livello italiano sia a livello europeo. Partiamo dal primo punto”.

 

Boccia si ferma un istante e mostra al cronista dei dati certificati due giorni fa dall’Istat. I dati riguardano la produttività del lavoro. Nell’arco di tempo che va dal 1995 al 2015 la produttività in Italia è aumentata a un tasso medio dello 0,3 per cento, con una media notevolmente inferiore a quella registrata nel resto d’Europa: più 1,6 per cento nell’Unione, più 1,3 per cento nell’area euro. “Al di là di come andrà il referendum, noi siamo convinti che in un sistema bloccato come quello europeo coloro che vogliono davvero crescere hanno la necessità di muovere in modo prioritario la leva della produttività. E l’idea che ci sia un paese più stabile e più forte sia nell’immediato sia nel futuro non può che essere un elemento d’aiuto per ammodernare il paese”.

 

“Fino agli anni Novanta – continua Boccia – in Italia era sufficiente saper produrre bene per essere competitivi in Europa. Oggi produrre bene è invece solo una pre-condizione e il salto che deve fare l’Italia è quello di passare da paese produttore a paese produttivo. Si dirà: ma la produttività è un tema che interessa le fabbriche e non interessa il governo, dunque che cosa c’entra il referendum con questo ragionamento? C’entra perché solo in un paese stabile, ovvero un paese che vive pensando non più solo ai prossimi sei mesi ma almeno ai prossimi cinque anni, si possono mettere in circolo dinamiche virtuose e si può tornare a guardare con più ottimismo al futuro. In Italia siamo di fronte a un bivio. Il 20 per cento delle aziende che si trovano nel nostro paese sono imprese in crescita, in salute, con indici di produttività rilevanti, livelli di innovazione sorprendenti. Il 20 per cento si trova in condizioni di difficoltà. Il 60 per cento infine si trova in mezzo. Se in Italia si innescheranno i meccanismi virtuosi che stiamo descrivendo sarà più semplice spostare quel 60 per cento verso il 20 per cento più in salute. In caso contrario risulterà più difficile”.

 

Il secondo punto dell’agenda Confindustria riguarda il particolare ruolo che potrebbe avere l’Italia in Europa in caso di vittoria al referendum. Il presidente ci consegna una notizia. “Nel dibattito pubblico spesso ci dimentichiamo che l’Italia non avrà per sempre quel formidabile scudo monetario che oggi ci garantisce, grazie al cielo, la Banca centrale europea, attraverso il Quantitative easing. Il sostegno della Bce è prezioso e salvifico ma nel momento in cui verrà alleggerito torneranno rapidamente in superficie tutti i problemi non risolti del nostro paese. Tra tutti, quello che ovviamente più preoccupa me, come tutti gli investitori internazionali, è il debito pubblico. Una domanda che mi viene spesso rivolta in Europa è questa: ma cosa farà l’Italia con il suo debito pubblico? Io penso che un sistema stabile, in cui la politica non è dominata solo dalle logiche del consenso, possa ricominciare a rimettere mano al problema dei problemi. Non siamo contrari a misure ad hoc, ma pensiamo che il modo migliore che ha l’Italia per tagliare a poco a poco il debito è quello di farlo attraverso la crescita. Quando si cresce bisogna tagliare il debito, con forza e coerenza. Quando si cresce meno e si è in difficoltà bisogna avere altre priorità”.
Ci sta dicendo che Confindustria appoggerebbe Renzi nel caso in cui il presidente del Consiglio dovesse riportare in Europa, concretamente, il tema della sostenibilità del Fiscal Compact? “Assolutamente sì. E le dirò di più: Confindustria sostiene la necessità di rivedere tutti i trattati che tengono in ostaggio l’Europa, a partire proprio dal Fiscal Compact. E non lo faremo da soli. Lo faremo provando a coinvolgere anche le altre realtà confindustriali europee, a partire da quella tedesca, con la quale stiamo portando avanti un progetto in comune per cercare di riscrivere le coordinate imprenditoriali del nostro continente. La nostra priorità oggi, e su questo punto abbiamo un’intesa in divenire anche con i colleghi tedeschi, è quella di puntare su due punti in Europa: un grande piano di dotazione infrastrutturale da finanziare anche con il sostegno dell’Unione europea per connettere i vari paesi del Continente, e un sistema di condivisione dei rischi che allontani una volta per tutte i timori degli investitori di nuove crisi bancarie o dei debiti sovrani e che permetta all’Europa di diventare nel giro di pochi anni il posto migliore in cui investire al mondo. Non è una sfida da poco e sappiamo bene che in questo momento l’Europa è paralizzata come il motociclista terrorizzato dal brecciolino. Ma dobbiamo essere sinceri con noi stessi: o l’Europa torna ad avere una visione o l’Europa, e forse anche l’Euro, rischia di non avere futuro”.

 

“La povertà si riduce con più mercato”

 

Facciamo notare a Boccia che l’Europa, giorno dopo giorno, sembra offrire segnali che vanno in una direzione opposta. E un po’ per la crisi economica, un po’ per l’esplosione del populismo, un po’ per l’emergenza immigrazione, la tendenza è quella contraria all’apertura, ovvero la chiusura. “Su questo punto dobbiamo essere chiari e dobbiamo esserlo anche in Italia, dove forse andrebbe praticata con più vigore un’operazione verità su quali sono le grandi sfide che gioca il nostro paese. Siamo convinti che il problema della globalizzazione non sia stato l’apertura dei mercati nel mondo, ma, al contrario, aver interrotto la globalizzazione e non averla portata fino in fondo. Concordiamo con chi dice che la diseguaglianza sia un tema importante dei nostri giorni ma non capiamo chi dice invece che per ridurre la diseguaglianza sia necessario chiudersi invece che aprirsi. La povertà si riduce con più mercato, non con meno mercato, ma purtroppo in Italia questo punto è poco chiaro e per ragioni misteriose la classe politica si è rassegnata al fatto che il secondo paese più industrializzato d’Europa sia anche il primo paese in Europa per cultura anti industriale”.

 

E questo come è successo secondo lei? “Attraverso una sistematica distorsione della realtà. Attraverso la propalazione di dogmi e di ideologie che hanno prevalso rispetto alle argomentazioni di merito. L’imprenditore in Italia è osservato ancora con sospetto e solo in un paese strabico come il nostro si può essere, ripeto, la seconda forza industriale del continente e si può avere contemporaneamente un’opinione pubblica che – bombardata quotidianamente di informazioni pessimistiche e deprimenti – al 70 per cento ignora la forza industriale del nostro paese: sono numeri che ci ha fornito la Ipsos di Pagnoncelli”.

 

“Al Sole, cambieremo le regole di ingaggio”

 

Nel ragionamento del presidente Boccia, prima di arrivare a un passaggio importante per il futuro e l’identità di Confindustria che è ovviamente il destino del Sole 24 Ore, sono contenute anche alcune considerazioni significative sulle tre principali forze in campo nel mondo della politica. Rispetto a Matteo Renzi, il presidente Boccia si augura “che non ci sia alcun cambio di governo, e nessun passo indietro del premier, in caso di vittoria del No al referendum”. Rispetto al centrodestra, il numero uno di Confindustria dice che l’Italia avrebbe “un forte bisogno di una forza moderata capace di confrontarsi con coerenza con una forza di centrosinistra” e sostiene che la situazione italiana, e in particolare la sovrapposizione evidente tra alcune idee di Forza Italia e alcune idee del Movimento 5 stelle, gli fanno tornare in mente alcune parole ascoltate recentemente in Romania nel corso di una chiacchierata con il presidente Klaus Iohannis: “Il presidente – ricorda Boccia – ha ricordato che in Europa ci sono molti politici che vogliono imitare i populisti ma questi politici non hanno capito che tra la copia e l’originale gli elettori scelgono sempre l’originale…”. Rispetto al movimento 5 stelle, il numero uno di Confindustria mostra di voler dialogare con tutti i partiti, ma non può fare a meno di notare che la proposta cardine del programma di governo dei grillini, il reddito di cittadinanza, è l’ultima cosa di cui avrebbe bisogno il nostro paese: “L’Italia ha necessità di sviluppare un sistema produttivo in cui si lavora di più e meglio e si è pagati di più. Nel momento in cui una forza politica decidesse di introdurre un reddito di cittadinanza ci sarebbero due problemi immediati: un aumento della tassazione sulle imprese, che taglierebbe le gambe all’Italia; e, cosa ancora più grave, un meccanismo perverso che porterebbe le persone ad accontentarsi del proprio reddito di cittadinanza e a non dare valore al lavoro. Non mi sembra la priorità dell’Italia”.

 

In conclusione il tema Sole 24 Ore è cruciale per Confindustria, non tanto per una questione legata ai conti quanto per una questione di identità. Il problema è evidente: è davvero arrivato il momento in cui Confindustria farà con il suo giornale tutto quello che da anni consiglia di fare alla politica? Ovvero sia: attenzione alle spese, attenzione all’efficienza, attenzione al debito, attenzione alla produttività?

 

“E’ così – dice Boccia – ed è inutile prendersi in giro. Fino a oggi le regole non scritte per un presidente di Confindustria erano due ed erano chiare: il presidente dell’associazione degli industriali non deve mettere mano all’occupazione del Sole, per non correre il rischio di avere problemi di immagine, e non deve in nessun modo dare il via a un aumento di capitale, che costringerebbe a riscrivere le coordinate del giornale. Oggi abbiamo scelto di seguire una strada diversa. Oggi dobbiamo comportarci da azienda. Dobbiamo cambiare le regole di ingaggio. Dobbiamo risanare il Sole. Faremo un piano industriale entro l’anno, che sarà  definitivo e strutturale, e subito dopo procederemo a un aumento di capitale. Saranno tempi brevi e sarà un’operazione efficace. Saremo coraggiosi, non ci fermeremo di fronte ai problemi e torneremo a fare le curve come un tempo, senza paura del brecciolino”.

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