Da Pareto a Piketty: perché non è scontato il dàgli alla diseguaglianza

Le ricerche di Bisin, italiano alla New York University. Lo studioso si è concentrato sulla diseguaglianza oggi esistente negli Stati Uniti, dimostrando che sarebbe errato far discendere tale distribuzione della ricchezza soltanto da una crescente divaricazione dei redditi o da tassi diversi di risparmio per fasce differenti di popolazione (Piketty docet).
Da Pareto a Piketty: perché non è scontato il dàgli alla diseguaglianza

(foto LaPresse)

New York. Nel 1986 l’americano James Buchanan vinse il premio Nobel per l’Economia per i suoi studi sulla public choice, nei quali utilizzava metodi e strumenti della teoria economica per analizzare i processi politici finalizzati alle scelte collettive. Lo stesso Buchanan, alla fine degli anni 60, aveva ammesso che la sua ricerca doveva molto alle intuizioni di uno studioso italiano, vissuto a cavallo tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, che l’Italia nel frattempo aveva quasi dimenticato: Amilcare Puviani. Tale processo di approfondimento – o addirittura riscoperta – del pensiero italiano a opera dell’accademia americana, nel campo della scienza economica, non si è mai interrotto. Da anni per esempio Alberto Bisin, professore con passaporto italiano della New York University ed editorialista di Repubblica, insieme ad alcuni dei suoi colleghi statunitensi, studia la diseguaglianza a partire dai lavori di Vilfredo Pareto, ingegnere, economista e sociologo vissuto nel nostro paese tra il 1848 e il 1923.

 

“Il successo mondiale di Thomas ha contribuito a rendere più popolare il tema della diseguaglianza – dice Bisin al Foglio parlando dell’economista francese Piketty e del suo bestseller ‘Il Capitale nel XXI secolo’ – Da tempo, comunque, io e il mio collega Jess Benhabib avevamo deciso di testare di nuovo un’ipotesi formulata originariamente da Pareto e che tanto ha fatto discutere. L’intellettuale italiano osservò per primo che la curva della distribuzione della ricchezza, in ogni società e in ogni assetto istituzionale, è asimmetrica, caratterizzata da una coda spessa. Detto altrimenti: le ricchezze detenute da poche persone, in tutti i paesi, sono maggiori di quanto ci si attenderebbe, e perciò una curva che rappresenta la distribuzione della ricchezza è meno ripida di quanto si prevede normalmente”.

 


Alberto Bisin (foto di Wikipedia)


 

Così, mentre Piketty e seguaci hanno da subito lavorato sui dati empirici, dando a volte l’impressione di essere a caccia a una giustificazione per un prelievo fiscale robusto che tosasse i super ricchi, Bisin e Benhabib hanno privilegiato un approccio più teorico, anche sulla scorta dei lavori di un altro italiano, Francesco Paolo Cantelli, grande matematico di inizio ’900. I paper dei due economisti in materia circolano da qualche tempo tra gli addetti ai lavori, e presto uno di questi potrebbe essere pubblicato sul Journal of Economic Literature. Bisin – che iniziò laureandosi in Economia alla Bocconi, salvo poi trasferirsi per master e dottorato all’Università di Chicago – si è concentrato sulla diseguaglianza oggi esistente negli Stati Uniti, dimostrando che sarebbe errato far discendere tale distribuzione della ricchezza soltanto da una crescente divaricazione dei redditi o da tassi diversi di risparmio per fasce differenti di popolazione (Piketty docet).

 

Dal modello dei due professori della New York University, emerge che senza analizzare l’andamento del reddito da capitale non si può spiegare l’attuale distribuzione della ricchezza e la dinamica che porta alla sua formazione. “Parliamo soprattutto di redditi originati dall’attività imprenditoriale privata, frutto di investimenti nell’economia reale – dice Bisin al Foglio – Ciò che abbiamo notato è che tale reddito da capitale, in America, ha una variabilità altissima. Quindi, per intenderci, ci sono persone con un ritorno sul capitale pari al 20 per cento annuo che nel giro di pochi anni accumulano incredibili ricchezze, e poi ci sono persone che perdono molto ogni anno. Il punto è che, a parità di andamento medio dei redditi da capitale in un certo paese, tale maggiore variabilità che registriamo fa sì che oggi la coda della distribuzione della ricchezza, negli Stati Uniti, si riempia più rapidamente. Nascono tanti ricchi in poco tempo, e poi i loro patrimoni non si dilapidano così rapidamente”.

 

Alcuni colleghi, tra i quali gli italiani Luigi Guiso e Luigi Pistaferri, hanno applicato una ipotesi di studio simile al caso della Norvegia, paese in cui abbondano le statistiche di ogni sorta, e le tesi di Bisin e Benhabib ne sono uscite confermate. Sul perché ai nostri giorni la “variabilità” dei redditi da capitale sia aumentata, invece, i due professori della New York University non si sono fatti ancora un’idea certa. Certo è, invece, che il ruolo fondamentale giocato dal reddito da capitale dovrebbe quantomeno spingere i tassatori compulsivi a contare fino a dieci prima di avanzare soluzioni ammazza-ricchezza: “Sia chiaro, tutto si può immaginare e poi fare con la leva della politica fiscale – dice Bisin, che sul tema preferisce per il momento non caldeggiare una specifica policy – Ma se è vero che il reddito da capitale non è nulla di mefistofelico, e se esso per la maggior parte genera occupazione e alimenta l’economia reale, allora è consigliabile qualche riflessione e qualche cautela prima di metterci semplicemente a urlare ‘dàgli alla ricchezza’”.

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