Finanza & manette

Non è facile muovere capitali dove il rischio giudiziario è elevato. Perché decidere di muovere un passo in Italia è questione su cui riflettere per un qualsiasi investitore estero.
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Foto LaPresse

Decidere di muovere un passo in Italia è questione su cui riflettere per un qualsiasi investitore estero per una serie di ragioni economiche ma anche, si potrebbe dire, di calcolo del rischio giudiziario, ovvero di restare incastrato in un’indagine penale per un po’ di anni.

 

Nei giorni scorsi la procura di Milano ha chiesto l’archiviazione per Intesa Sanpaolo, la sede italiana di Société Genéralé, e la banca d’affari americana Lazard nell’ambito di un’inchiesta per insider trading e aggiotaggio sul titolo Parmalat prima dell’Opa dei francesi di Lactalis nel 2011. Sono passati quattro anni dall’apertura delle indagini e ora per gli stessi inquirenti “gli elementi acquisiti nelle indagini preliminari non appaiono idonei a sostenere l’accusa in giudizio”. Capita. I reati finanziari sono odiosi da inseguire e difficili da monitorare e forse proprio per questo aprire un’indagine appare spesso appropriato in modo da verificare un sospetto motivato da sbalzi anomali negli scambi di Borsa – cosa non rara. Tuttavia si rischia pure di generare un’iperinflazione giudiziaria capace di mettere in difficoltà diverse entità estere (si pensi all’inchiesta flop a Trani contro l’agenzia di rating S&P’s  e la banca Morgan Stanley) o le società quotate sul listino nazionale.

 

Secondo Mf/Milano Finanza, nel 2013 le aziende quotate sotto inchiesta rappresentavano un terzo della capitalizzazione di Borsa (più di 140 miliardi su circa 365 del valore di Piazza Affari), con indagini aperte sia per presunti reati finanziari sia per presunta corruzione all’estero (che qui chiamano “stecche” mentre altrove sono delle “fee”, commissioni da pagare a degli intermediari per fare business in paesi borderline). Ovviamente l’estrema risonanza mediatica spesso concessa a germogli d’indagine comporta schizzi di fango prolungati all’indirizzo delle imprese interessate che poi, tra l’altro, vi restano esposte per qualche anno vista la lunghezza media delle indagini penali (il 73 per cento delle prescrizioni s’è determinato in fase di indagini preliminari tra il 2004 e il 2013, pari a 1 milione e 134 mila decreti prescrittivi emessi dai gip). E’ consigliabile, dunque, muovere capitali in un paese dove si finisce alla gogna per anni magari senza fondati motivi?

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