Quanto pesa Generali nel sistema italiano e cosa si rischia a non vigilare sul suo futuro

Dall’Euralux di Cuccia all’Isvap di Saccomanni. Sarebbe un’ironia amara della storia se gli eredi di Cuccia partecipassero alla vendita della compagnia che il banchiere aveva custodito gelosamente, ricorrendo a manovre spericolate quanto segrete. Quanto possono funzionare le difese sulle scalate?
Quanto pesa Generali nel sistema italiano e cosa si rischia a non vigilare sul suo futuro

Foto di Giorgio Montersino via Flickr

Roma. Fuori rullano i tamburi di guerra, dentro si lavora con l’orgoglio di una impresa che non vuole essere la succursale di nessuno. Alle Assicurazioni generali si respira questa atmosfera, mentre si fanno più insistenti le voci di attacchi finanziari, diretti o indiretti.

 

Philippe Donnet, l’amministratore delegato, in Generali c’era già, avendo guidato le attività italiane, si sente fino in fondo uomo d’azienda e i suoi manager stanno lavorando al piano industriale che verrà presentato il 23 novembre. I futuri assetti proprietari contano, sia chiaro, ma le Generali insistono nel sottolineare la loro natura di public company, forse l’unica di questa taglia in Italia. Certo non c’è più Enrico Cuccia a fare da Lord protettore, sia pure a suo modo, e manca anche un presidio istituzionale che in alcune occasioni era servito e come: la quota in mano al fondo pensioni della Banca d’Italia.

 

E’ stata ceduta per evitare un conflitto d’interessi tutt’altro che inventato perché la Banca d’Italia a partire dal gennaio 2013 è diventata il guardiano delle assicurazioni, assorbendo l’Isvap. Non poteva più possedere il 4,5 per cento delle Generali, la più grande delle compagnie. Di qui la scelta di uscire e, per non turbare gli equilibri proprietari, è sembrato evidente chiamare in causa un altro soggetto pubblico, cioè la Cassa depositi e prestiti. Ma la cessione era a termine perché entro la fine del 2015 lo stato sarebbe dovuto uscire. Così il Fondo strategico ha venduto prima un pacchetto dell’1,9 per cento incassando ben 276 milioni, poi la Cassa ha ceduto il restante 2,5 per cento nel gennaio 2015 con un guadagno di 231 milioni.

 

Quando Fabrizio Saccomanni, già direttore generale di Bankitalia, diventato ministro dell’Economia nel governo guidato da Enrico Letta, annunciò il disimpegno, fece in modo che tutto avvenisse nel migliore dei modi. Il governatore Ignazio Visco presentò alla Cdp una lettera contenente una lista di comportamenti virtuosi finora seguiti, per esempio sul voto “di norma espresso a favore della lista di minoranza con l’obiettivo di migliorare la governance societaria”. Un ruolo, dunque, attivo quanto meno al momento dell’assemblea, attento a preservare una proprietà diffusa. Oltre a diffondersi sui requisiti di onorabilità dei candidati, la missiva entrava persino nel merito delle stock option e degli emolumenti. Nel frattempo il Fondo strategico italiano avrebbe dovuto astenersi dal comprare azioni di banche e assicurazioni oltre un certo tetto. Vendere al più presto e al prezzo migliore è stata per la stessa Cassa una scelta razionale. Eppure la somma di tanta razionalità ha creato il rischio che possa essere più facilmente sfilata la maggiore istituzione finanziaria del paese, deposito di risparmi privati e di titoli di stato. E’ vero, ogni tanto qualcuno ha tentato di trasformarla in “una mucca dalle cento mammelle”, come l’ha chiamata Cesare Geronzi che l’ha presieduta prima di essere estromesso da un gioco di conflitti e veti incrociati ai quali non è stato estraneo lo stesso Vincent Bolloré il finanziere francese secondo azionista di Mediobanca e “patron” di Telecom Italia. Ma nell’insieme il Leone di Trieste è stato un pilastro del sistema.

 

Sarebbe un’ironia amara della storia se gli eredi di Cuccia partecipassero alla vendita della compagnia che il banchiere aveva custodito gelosamente, ricorrendo a manovre spericolate quanto segrete, come la scatola lussemburghese Euralux nella quale aveva parcheggiato un pacchetto essenziale per impedire che le Generali finissero in mani sgradite o nel portafoglio di un solo azionista. Nessuno ne conosceva l’esistenza prima che la rivelasse Cesare Merzagora, il politico e uomo di finanza nominato presidente della compagnia. Quel capitalismo è finito, ma non è ancora finito il capitalismo di relazione. Nella maggior parte delle cessioni di grandi aziende italiane a gruppi esteri, quasi mai si è passati per il mercato, tutto è avvenuto con scambi di pacchetti azionari, come nel caso di Telecom Italia, e gli azionisti di minoranza sono rimasti con le pive nel sacco. Vedremo se anche la battaglia per le Generali seguirà lo stesso schema, alla faccia del mercato e in barba anche allo stato.

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