Sospesi sul Monte dei Paschi

Perché la ricetta Morelli per la “Nuova Mps” non scalda gli investitori

Il nuovo ad glissa sulle montagne russe in Borsa e non dà sapide indicazioni sul piano di ricapitalizzazione. Il titolo cede il 15 per cento.
Perché la ricetta Morelli per la “Nuova Mps” non scalda gli investitori

Foto di damian entwistle via Flickr

Milano. Saranno, almeno per ora, i trenta giorni più lunghi nel mezzo millennio abbondante della storia di Monte Paschi. Il 24 novembre, infatti, si terrà l’assemblea convocata ieri dal neo ad Marco Morelli per mettere insieme i quattrini necessari per dare un futuro alla banche. Ovvero 5 miliardi in tutto, da trovare in qualche maniera: aumento di capitale, conversione di bond, ingresso riservato a nuovi soci e così via. “Siamo aperti a qualsiasi manifestazione di interesse – dice l’ad – e disposti a valutare qualsiasi proposta, nel contesto che abbiamo in mente”. Non è certo un bel segnale, dopo che gli advisor (JP Morgan, Mediobanca e Lazard) hanno bussato ad almeno 500 porte alla ricerca (finora vana, per quel che si sa) di un anchor investor, come si usa dire nel gergo dei banchieri. Forse è per questo che, a metà mattina, dopo un avvio pirotecnico sulla scia di quanto avvenuto nei giorni scorsi, piovono le vendite sul titolo, da parte della speculazione che probabilmente si attendeva una lieta novella al termine del consiglio di amministrazione dedicato al business plan. Ma nemmeno oscillazioni da brivido, da più 20 a meno 15 per cento impressionano Morelli, ormai impermeabile a ogni emozione: “Non ho una view (visione) sul titolo”, replica l’ad che si consola con l’appoggio dei sindacati al taglio, previsto, di posti di lavoro (2.900 esuberi in parte compensati da 300 assunzioni) e di 500 filiali. Il manager era già concentrato su ben altro, vedi i primi incontri con i possibili investitori con cui cercherà di verificare il gradimento sui pilastri del piano che, per la verità, ha riservato, almeno su piano finanziario, poche novità.

 

L’operazione sul capitale sarà, come previsto, di cinque miliardi da raccogliere secondo tre modalità, tanto “per mantenere un adeguato livello di flessibilità”, ovvero decidere solo più avanti cosa sia meglio (o si possa) fare. Una parte finirà al servizio di un potenziale esercizio di liability management (Lme), ovvero la facoltà di acquistare i bond e trasformarli in azioni, secondo un prezzo da stabilire a seconda delle adesioni; una parte riservata ai cornerstone investors (che sta per compratori di quote significative), sperando in un gradimento che finora non è emerso; infine è prevista un’ulteriore componente per cassa, di cui una parte potrà essere destinata agli attuali azionisti della banca. Flessibile anche l’impegno del consorzio di collocamento che si è cautelato con un generico pre-underwriting agreement che permette alle banche di sfilarsi nel caso di mala parata. Ma attenzione: le modalità potrebbero cambiare se si deciderà di seguire la proposta di Corrado Passera. O di qualcun altro “eventualità che al momento non mi sento di escludere”, conclude speranzoso il banchiere.

 


Marco Morelli (foto LaPresse)


 

E le sofferenze? Anche qui tutto confermato: 27,6 miliardi di sofferenze finiranno in un veicolo apposito, a un prezzo di 9,1 miliardi, pari al 33 per cento circa del valore di carico, assai di più di quanto offerto finora dagli investitori internazionali alle banche nostrane. Le junior notes (le obbligazioni subordinate che sono le ultime a essere rimborsate in caso di default) saranno assegnate agli attuali soci, le junior mezzanine finiranno alla sgr Quaestio per conto del fondo Atlante. Investire in Mps, assicura Morelli, potrebbe rivelarsi un affare: a fine 2019, secondo il nuovo business plan, la banca realizzerà 1,1 miliardi di utili, un boom di reddività dallo 0,6 per cento attuale all’11 per cento. Ma andrà così? “Gli obiettivi del piano sono molto al di sopra del consenso” commenta a caldo Banca Imi. “Le nostre stime – scrivono gli analisti di Kepler Cheuvreux – oscillano sui 600 milioni”, poco più della metà.

 

La scommessa è di aumentare i ricavi da commissione e ridurre i costi operativi. Ma, soprattutto di recuperare l’emorragia dei depositi di privati (da 69,8 a 50,5 miliardi nel primo semestre) e delle imprese. Spaventate dagli stress test. L’operazione fiducia non è impossibile, ma non sarà facile, sottolinea Mario Seminerio sul blog Phastidio: “In un mercato del banking maturo e stagnante come quello italiano, aumentare la propria quota di mercato costerà, e non poco. Lo ‘strong upside potential’ non è un pasto gratis, e rischia di essere una polpetta avvelenata”.
 

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