Il solito tic anticapitalista di chi grida allarmato al disastro climatico

Il problema serio è: quid agendum? Ne usciremo fuori? E in che modo? Se le dispute tra gli scienziati e i filosofi ecologisti sul clima suscitano dubbi e angosce, le prediche dei grilli parlanti ingenerano, invece, rabbia e fastidio.
Il solito tic anticapitalista di chi grida allarmato al disastro climatico

(foto LaPresse)

Non ho la competenza necessaria per stabilire se abbiano più ragione gli scienziati che ritengono antropogeniche le cause del riscaldamento globale – attribuite alle 400 ppm di anidride carbonica diffuse nell’aria – o i loro colleghi che parlano, invece di cicli, e ricordano il grande raffreddamento globale che in Europa a partire dal XIV secolo fece migliaia di vittime e che non fu certo dovuto all’intervento dell’uomo sul suo habitat. Resta il fatto che l’immagine del pinguino sull’ultimo lembo di ghiaccio della banchisa è straziante come inquietanti sono i mutamenti della fauna in terra, in cielo, in mare. Siano dovuti alle stelle – come avrebbe pensato don Ferrante – o all’incoscienza umana – come pensano i nuovi apocalittici – il problema serio è: quid agendum? Ne usciremo fuori? E in che modo? Se le dispute tra gli scienziati e i filosofi ecologisti sul clima suscitano dubbi e angosce, le prediche dei grilli parlanti ingenerano, invece, rabbia e fastidio.

 

Quando sui quotidiani degli “antagonisti” e dei benecomunisti si leggono titoli allarmanti (e colpevolizzanti) non indigna tanto la denuncia quanto l’aria saccente del “Ve l’avevamo detto!”. Ma voi chi? Voi che proponete un “nuovo modello di sviluppo” – se non la decrescita felice – cosa volete sostituire all’odiata società capitalistica e industriale? Un modello economico alternativo fondato sul ritorno alla terra era quello terroristico-giacobino di Pol Pot. Quando morì un comunicato del Partito marxista italiano lo ricordava come “un fulgido esempio di dirigente rivoluzionario fedele al proprio popolo e campione indomito della lotta per l’indipendenza e la liberazione nazionale. […] Sempre alla testa del suo popolo contro il colonialismo, l’imperialismo e il socialimperialismo […]; uno dei figli migliori del popolo cambogiano ai cui interessi ha immolato la propria vita, tutto se stesso”. Pol Pot nel 1975 era caro non solo ai “compagni che sbagliano” ma a tutta l’area Pci – da Enrico Berlinguer a Walter Veltroni: e non mancavano sull’Unità gli articoli di denuncia della propaganda americana che s’inventava i crimini dei khmer rossi per far dimenticare il Vietnam.

 

Certo le ricette del Partito comunista del Kampuchea non erano quelle dei nipotini di Togliatti, che demonizzavano il capitalismo, non il progresso tecnologico, e vedevano nella pianificazione collettivista l’unica forma di industrialismo dal volto umano. Quando i rivoltosi di Budapest, nel 1956, mostrarono il loro disaccordo in proposito, il futuro fondatore del Manifesto, Luigi Pintor non esitò a invitare Paolo Rossi a lasciar perdere i carri armati sovietici e a ricordarsi dei torturatori algerini (che, peraltro, non doveva poi conoscere troppo bene a differenza del suo compagno di partito, Gillo Pontecorvo, autore della bellissima “Battaglia di Algeri”).

 

E’ vero che i Pintor, le Rossanda, le Castellina si misero poi a contestare il Soviet Marxism – e, in seguito, con lo sguardo rivolto a Mao Tse Tung, non meno benemerito di Stalin nella costruzione dei Gulag – ma la loro protesta “libertaria” faceva pensare a quella di Jacques Hébert che accusava Robespierre di non essere abbastanza radicale. La stessa genia oggi si è convertita al pacifismo, all’ecologismo, alle energie rinnovabili ma oggi, come ieri, non sembra avere le idee molto chiare. O meglio ne ha una sola: che i problemi del pianeta non si risolvono se non si elimina “il dominio incontrastato del pensiero neoliberista e mercantilista”. Demolite il capitalismo e poi tutto si aggiusterà da sé – e se non si aggiusta subito, c’è sempre la scusa che ai disastri accumulati da secoli non si rimedia in un batter d’occhio.

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