Un'Italia senza le Generali

Nuove indiscrezioni lanciano l’allarme su una scalata estera all’assicurazione triestina, che possiede molti titoli di stato. Sospetti su Axa e Zurich. Indagine sul futuro possibile di un campione nazionale (e cosa si rischia a perderlo).
Un'Italia senza le Generali

Foto LaPresse

Roma. Indiscrezioni sempre più insistenti raccolte anche dal Foglio tornano a lanciare l’allarme sulla sorte delle Assicurazioni generali. I movimenti in Borsa di questi giorni non sembrano rispecchiare il crescendo rossiniano che sale negli ambienti finanziari e in quelli politici. Ma il fuoco cova sotto le ceneri.

 

Dopo il crollo di giugno (da 13 a 10 euro) il titolo è risalito oltre quota 12 ai primi di agosto per quella che sembrava una chiacchiera sotto l’ombrellone: le nozze con Axa, pronubo, ça va sans dire, Vincent Bolloré. Un matrimonio squilibrato visto che la compagnia francese porta in dote un capitale da 50 miliardi di euro e quella italiana solo di 18. Ai primi di settembre aumentano i sospetti quando la Société Générale, la maggiore banca francese, partner di Axa, annuncia di essere diventata la seconda azionista con un 4,17 per cento che sale al 5,8 mettendo insieme opzioni varie. Al primo posto c’è Mediobanca con il 13,5 e nella banca d’affari fondata da Enrico Cuccia, Bolloré è quasi alla pari di Unicredit, con circa l’8 per cento, quindi sulla carta ha ben più di una voce in capitolo. I rumor diventano un coro tanto da costringere l’amministratore delegato, Philippe Donnet, a una secca smentita durante una conferenza a Montecarlo: “Non abbiamo intenzione di fonderci con Axa”.

 

E se non fosse una fusione in senso stretto, ma una scalata passando per il mercato? Del resto, alla Rcs un editore e uomo d’affari determinato come Urbano Cairo, sostenuto dalla prima banca italiana, Intesa Sanpaolo, e benedetto da Giovanni Bazoli, nume tutelare del Corriere della Sera soprattutto dalla morte di Gianni Agnelli nel 2003, ha messo sotto scacco Mediobanca. Adesso potrebbero cambiare anche gli equilibri in piazzetta Cuccia a favore di Bolloré, trasformandolo così automaticamente nel dominus delle Generali. La finanza italiana non è una cena di gala, tanto meno in questo nuovo passaggio di fase, alla vigilia di profondi cambiamenti istituzionali se vince il Sì renziano al referendum e di scossoni politici se prevale il fronte arcobaleno che si batte per il No.

 

Di liaisons dangereuses tra Generali e Axa si parla dagli anni 90 quando al comando delle compagnie c’erano due miti della finanza francese: patron di Axa era Claude Bébéar l’uomo che ha trasformato una costellazione di mutue in un colosso mondiale e le Generali erano presiedute da Antoine Bernheim, uno dei grandi partner della banca d’affari Lazard. Anche oggi a Trieste c’è un manager transalpino che, il caso vuole, aveva raggiunto una posizione di vertice in Axa e fino a poco fa era anche consigliere di amministrazione in Vivendi, la conglomerata controllata da Bolloré, la quale, a sua volta, controlla Telecom Italia. Coincidenze che non giustificano conclusioni affrettate, sostengono nell’entourage del finanziere bretone.

 

Anche perché non è detto che sia Axa l’unico pretendente. Non è un mistero che molti avevano guardato anche a Zurich, la compagnia svizzera, che vale in Borsa 40 miliardi, in cerca di una sponda per tornare ai passati splendori. Da Zurigo veniva Mario Greco che per quasi quattro anni ha preso in mano le Generali con la speranza di riportare i conti in ordine, la tranquillità nel management, e una certa stabilità tra gli azionisti, dopo un decennio di turbolenze e ribaltoni al vertice. E alla stessa Zurich Greco è tornato lo scorso febbraio, dopo uno show-down con gli azionisti, in particolare con Lorenzo Pelliccioli che rappresenta le famiglie Boroli-Drago le quali posseggono il gruppo De Agostini. Dubbio è rimasto il ruolo di Alberto Nagel, amministratore delegato di Mediobanca: alcuni restano convinti, nonostante le smentite, che l’addio di Greco sia maturato a Piazzetta Cuccia perché il manager chiedeva carta bianca, troppa carta e troppo bianca. E tra i sospetti c’era anche un’alleanza tra Generali e Zurich, avversata naturalmente da Bolloré.

 

Allo stato attuale sono speculazioni, ma come si sa la Borsa è il regno della speculazione, anche di quella intellettuale. E non sono caciocavalli appesi come le idee hegeliane, ma hanno solide e terragne radici. Le assicurazioni, nell’èra dei tassi negativi, sono scosse dalle fondamenta, la risposta più immediata e più razionale è aumentare la taglia, tagliare i costi, far crescere gli utili, mettere a profitto le economie di scala. Il rischio, davvero mortale, è di non essere in grado di garantire i rendimenti attesi e pattuiti, il che farebbe venire meno la ragion d’essere stessa di una polizza vita o pensionistica.

 

Le Generali, del resto, sono una preda appetibile. Dal lato del prezzo perché hanno perduto inesorabilmente valore in Borsa (30 per cento in un anno) e possono risalire. Dal lato industriale perché hanno una ricca riserva (anche di immobili) e sono insediate nell’Europa centrale, la Mitteleuropa terreno di caccia della tedesca Allianz. Un matrimonio, insomma, ha tutto il senso del mondo. Ma a chi conviene? Conviene agli azionisti italiani? E conviene all’Italia? Non è nazionalismo di ritorno.
La risorsa alla quale la compagnia attinge è il risparmio italiano (tutelato dalla Costituzione – anche dopo la riforma Boschi). Proprio l’eventuale sconfitta di Renzi il 4 dicembre potrebbe riaccendere le polveri se, come tutti prevedono, si aprisse una fase di turbolenze finanziarie che farebbero scendere ancora i valori delle blue chip e in particolare le quotazioni di banche e assicurazioni. Non va dimenticato, infatti, che nei loro portafogli si trova la maggior parte dei titoli con i quali lo stato assicura la propria sopravvivenza: circa 300 miliardi di euro nei bilanci delle assicurazioni e 455 miliardi nelle banche.

 

Ogni operazione che muti l’assetto proprietario delle Generali, dunque, ha una natura sensibile sul piano politico e difficilmente potrebbe avvenire contro il governo, anche se il Tesoro non ha alcuna golden share. Una scalata ostile può maturare meglio in una fase di vuoto e instabilità, un matrimonio consensuale dovrà sapere con chi trattare. Tra le voci estive, tra l’altro, s’era sentita anche quella di un accordo tra i soci forti nazionali cioè il gruppo Caltagirone salito al 3,49 per cento, Leonardo Del Vecchio (3,16), De Agostini (1,7) per aumentare la massa d’urto. Fantafinanza anche questa? Gli azionisti italiani, tra grandi e piccoli, posseggono il 60 per cento della compagnia triestina. Se vogliono, possono non farsela sfilare. Non tutte le scalate sono meramente predatorie, né ogni fusione è di per sé distruttiva. Le Generali sono grandi su scala italiana, medie su quella europea, piccole a livello mondiale. Non possono chiudersi nell’orticello, ma coltivare bene i propri interessi e quelli dei risparmiatori, questo sì debbono farlo.

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