Al San Raffaele si contratta alla Marchionne

L’accordo aziendale dell’ospedale piace anche alla Cgil. Landini subisce ancora.
Al San Raffaele si contratta alla Marchionne

L'ospedale San Raffaele

Roma. A quattro anni dall’inizio di una ristrutturazione economica radicale, all’Ospedale San Raffaele è definitivamente tornata la pace sociale tra sindacati e azienda – una base duratura per il pieno rilancio del primo ospedale d’Italia per qualità della cura e della ricerca. Il gruppo ospedaliero San Donato della famiglia Rotelli aveva ereditato una situazione grave dalla gestione opaca e allegra di don Luigi Verzé, con oltre 65 milioni di perdite nel 2011. La Velca, finanziaria della famiglia Rotelli, s’era aggiudicata il controllo dell’ospedale nel 2012 battendo in asta il ticket tra Ior, la Banca del Vaticano, e l’imprenditore genovese Vittorio Malacalza. Nel 2015 il San Raffaele è tornato all’utile per 3 milioni di euro per via di un’opera di taglio dei costi, eliminazione degli sprechi e delle inefficienze, decisa dai vertici del gruppo San Donato – il presidente Paolo Rotelli, figlio dello scomparso patron Giuseppe, e Nicola Bedin, l’amministratore delegato. Il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, in visita all’ospedale milanese a settembre, elevò il risanamento ad esempio per la nazione: “La storia del San Raffaele dimostra che di fronte ad una difficoltà si può ripartire, a condizione di puntare in alto, di puntare forte, di puntare all’eccellenza: è quello che dobbiamo fare per tutto il paese”. Nel primo biennio in particolare lo scontro tra lavoratori e azienda è stato duro, dopo la comunicazione dello stato di crisi e la riduzione temporanea del 9 per cento della retribuzione, poi reintegrata già nel 2015.

 

Oggi l’azienda rivendica che i posti di lavoro sono stati salvaguardati e aumentati perché i dipendenti ora superano le 4.000 unità, e che si è arrivati a questo punto grazie al raggiungimento di due accordi sindacali, nel 2013 e nel 2015, che sono culminati nel referendum del 7 ottobre scorso: con il 97,26 per cento dei voti a favore, la quasi totalità dei lavoratori sindacalizzati, ovvero infermieri e ausiliari, ha firmato un contratto collettivo aziendale ad hoc, cioè sganciato dal contratto nazionale della sanità e quindi capace di rispondere alle precise esigenze dell’azienda ospedaliera privata accreditata con il Servizio sanitario nazionale. L’accordo è stato firmato da tutte le sigle sindacali comprese la Cgil e le “sigle di base”, solitamente ostili alle deroghe ai contratti nazionali. Il contratto ricalca quello della Associazione italiana ospedalità privata (Aiop), che rappresenta 500 case di cura ed è presieduta da Gabriele Pellissero, ma con migliorie: non prevede blocchi alla rappresentanza sindacale, tutela la maternità obbligatoria e facoltativa (con permessi retribuiti aggiuntivi per malattia bambino sotto i 3 anni), il livello di retribuzione è parametrato col pubblico (in Aiop può  essere del 5 per cento circa in meno), e gli istituti contrattuali possono essere liberamente definiti tra le parti per agevolare la costruzione di percorsi formativi per categorie particolari, come i ricercatori (ce ne sono 700).

 

L’accordo pone condizioni ideali per promuovere nuovi investimenti ed eseguire quelli pianificati (nel 2017 inizierà la costruzione di un nuovo edificio con 20 sale operatorie, 300 posti letto e un pronto soccorso). L’accordo aziendale – firmato anche dalla Cgil – rappresenta una nuova vittoria del modello portato da Sergio Marchionne, con Fim-Cisl e Uilm-Uil, alla Fiat di Pomigliano d’Arco contro l’opposizione dei metalmeccanici della Fiom di Maurizio Landini nel 2011. Landini fece un gran baccano mediatico strumentale a lanciare un suo movimento politico, poi naufragato; ora è costretto a ripiegare su un posto nella segreteria della casa-madre Cgil. La Fiom s’opponeva mediaticamente ma firmava lontano dai riflettori accordi aziendali impegnativi e prodromici a investimenti produttivi, per esempio in Emilia Romagna. E ora, tra l’altro, la diffusione della contrattazione aziendale riguarda il 37 per cento delle aziende iscritte a Federmeccanica che impiegano il 70 per cento dei lavoratori di categoria. La realtà è distante dai discorsi da talk-show.

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