Concorrenza e qualità, nell’industria del cibo, non sono nemiche

La sfida alla retorica “bio” o “dop”, e al protezionismo delle corporazioni. Intervista con Roberto Brazzale: “Non è soltanto un’esigenza di libertà e concorrenza che deve farci capire l’importanza di rivalutare la trasformazione di materie prime importate, evitando la mela avvelenata dei protezionismi".
Concorrenza e qualità, nell’industria del cibo, non sono nemiche

Roberto Brazzale (foto via granmoravia.com)

Milano. Oggi interverrà a Rotterdam all’Idf World Dairy Summit (summit mondiale del mondo del latte), interpretando una visione liberale che non teme il futuro e giudica severamente la retorica imperante. L’imprenditore vicentino Roberto Brazzale è comunque abituato ad andare controcorrente su temi come la qualità, i consorzi, la spesa pubblica e le barriere doganali. Qualche mese fa, parlando a Parma per Cibus, Brazzale ha proposto i temi che più gli stanno a cuore e ha ricordato la necessità di mettere al centro il consumatore, sacrificato da logiche regolatorie. Per questo ha difeso con orgoglio la decisione di internazionalizzare l’azienda di famiglia, le cui radici affondano nel Settecento e anche prima. “Adesso siamo molto attivi in Repubblica ceca, oltre che in Brasile e in Cina, e lo facciamo sapendo che possiamo contare su una cultura e un savoir faire che rinviano a una storia e un’identità ben precise”. Uno dei suoi dati di partenza è che, sul piano alimentare, l’Italia è strutturalmente deficitaria: costretta per forza di cose a importare in ragione di un rapporto tra popolazione e terreni agricoli che è assai più basso, per esempio, di quello della Spagna o della Francia. Se non si ricorresse al cibo prodotto altrove, non si potrebbe nutrire tutti.

 

L’invito a “mangiare solo italiano” è quindi un semplice slogan: e come ogni slogan vale quel che vale. “Possiamo intercettare la gestione dei flussi di import di cui abbiamo vitale necessità, gestendoli in proprio anziché lasciarli gestire da altri, in Italia e fuori, risalendo nella catena del prodotto fino a governare i processi produttivi delle materie prime fuori confine – dice Brazzale al Foglio – Una fantastica opportunità per braccia e cervelli italiani, per quel 45 per cento di disoccupati giovani e 12 per cento di adulti, che altrimenti ne rimangono solo consumatori, sempre più poveri”. Sul punto Brazzale afferma di voler “fare le cose dove riescono meglio: nell’interesse del consumatore”. Ed è per questo che ha conservato in Italia le fasi più delicate, raddoppiando i dipendenti, sempre più qualificati, mantenendo un forte radicamento in Veneto dove ha specializzato gli stabilimenti storici nella stagionatura, nel confezionamento e nella commercializzazione di prodotti e materie prime realizzate in proprie filiere agricole all’estero, dove ci sono terra e clima ideali. Lo scorso giugno l’Economist ha citato l’eccezione positiva incarnata da Brazzale in un articolo in cui il settimanale inglese scriveva che nel settore alimentare “l’Italia tradisce un innato protezionismo: piuttosto che competere sui mercati mondiali, i produttori italiani chiedono l’aiuto dell’Europa per tutelare i loro marchi tradizionali e massimizzare le rendite che riescono a estrarre dal loro ‘prodotti di qualità’”.

 

Questo suo fare da contrarian ha portato Brazzale a confronti anche molto tesi con le corporazioni dei concorrenti italiani, che proteggono un modello autolesionista: “Non è soltanto un’esigenza di libertà e concorrenza che deve farci capire l’importanza di rivalutare la trasformazione di materie prime importate, evitando la mela avvelenata dei protezionismi, perché chi nutre sogni autarchici dovrebbe ammettere che essi sono realizzabili solo con una improponibile riduzione dei consumi degli italiani”.
Realizzare in Repubblica ceca il Gran Moravia – un formaggio grana realizzato fuori dalle zone tipiche, ma sulla base di un’esperienza antica (l’azienda Brazzale fu tra i fondatori del Consorzio del Grana Padano) – conduce a cogliere in positivo due sfide: “Significa produrre con le nostre aziende e poi importare in Italia quello che altrimenti farebbero altri; e significa mettere a frutto il prestigio della nostra tradizione alimentare e reagire dinanzi all’Italian sounding non in termini difensivi (come quando si prova a fare la guerra a chi nel mondo produce formaggio parmesan), ma come leva di notorietà e viatico per le produzioni degli italiani”. Non a caso Brazzale ha già iniziato a saggiare l’universo cinese.

 



Roberto Brazzale al Clal il 27 maggio 2011 (foto via brazzale.com)


 

Il contrasto tra il principale sindacato agricolo e quelle aziende alimentari di trasformazione che vogliono cogliere le opportunità del mercato globale è, in larga misura, una riedizione moderna del conflitto tra la rendita della terra e il lavoro, tra un’economia parassitaria difesa politicamente e lo spirito imprenditoriale di chi si muove alla ricerca di profitti, costantemente proiettato alla soddisfazione del pubblico. “In fondo, la Nutella nasce in Piemonte, ma rimane il più apprezzato prodotto made in Italy nel mondo anche se le nocciole vengono dalla Turchia. E quello che conta è il risultato finale – dice Brazzale – Io voglio sfidare i miei concorrenti offrendo al mercato un prodotto di qualità superiore a un prezzo conveniente”.

 

Questa centralità del consumatore è stata evidenziata dall’adozione di un’etichetta: molto dettagliata, con riferimenti oggettivi e misurabili, assai efficace nel descrivere la filiera agricola dalla quale si ottiene il Gran Moravia. Un’etichetta in cui si parla degli spazi a disposizione delle vacche, dell’acqua utilizzata, dell’alimentazione e dei foraggi, eccetera: l’idea è che una vera conoscenza, un po’ alla volta, possa prendere il posto delle semplificazioni fumose di quanti parlano costantemente di “bio” o “dop” e poi non sanno specificare davvero cosa vi sia dietro queste formule alla moda. La battaglia culturale condotta da Brazzale per un’economia agroindustriale più dinamica è stata spesso occasione di conflitto con i sindacati. “Si tratta di sistemi chiusi, impermeabili, inseriti in una logica prettamente consociativa. Basti vedere come funziona Confindustria, che di fatto si autoriproduce attraverso bulgari meccanismi di cooptazione”. E’ vero che le associazioni di categoria sono in caduta libera: stanno perdendo prestigio e capacità di incidere. “Senza dubbio, ma ugualmente operano come una forza d’interdizione al nuovo e al mercato e – nella crisi dei partiti – sono protagoniste della lottizzazione”.

 

Nella disamina di Brazzale emerge chiaramente quanto l’Italia di oggi non sia un paese per imprenditori. “Qui troppe energie sono bloccate. Penso in particolare al sud, perché le diverse realtà del meridione avrebbero bisogno di un vero autogoverno, che avvicini tassazione e spesa, che abbassi prelievo fiscale e regolazione, che permetta contratti connessi alla produttività. Per giunta, il sistema italiano penalizza il nord con il residuo fiscale – troppi soldi vengono prelevati qui e poi utilizzati altrove – e il sud con l’assistenzialismo, ma è quest’ultimo a pagare il prezzo più alto. Bisogna allora ridare libertà e responsabilità ai diversi territori. L’ho visto in una realtà di soli 10 milioni di abitanti come la Repubblica ceca: dove tutto è più semplice e gestibile. E sono persuaso che qualcosa di simile sarebbe possibile anche nel mio Veneto”. Questa Europa ipercentralizzata si muove allora nella direzione sbagliata: “L’invenzione dell’euro poggiava su un progetto politico irragionevole, che implicava la costruzione di un uomo europeo omogeneo che, per fortuna, non esisterà mai. Invece che lasciare competere le realtà locali e anzi responsabilizzarle maggiormente attraverso la variabilità del cambio, lasciando a ognuna di esse il compito di far quadrare i propri conti, ci si dirige verso una sorta di Europa-stato che tutti tassa, tutti finanzia, tutto controlla. L’ennesimo errore fatale dell’ennesima ideologia partorita dagli europei”.

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