Kashagan inizia a dare petrolio, l’apice di un’impresa epica decennale

Breve storia del progetto petrolifero più incredibile. Così l'enorme giacimento nel nord del Mar Caspio è riuscito a esportare la prima fornitura di greggio dopo ventitre anni di lavoro.
Kashagan inizia a dare petrolio, l’apice di un’impresa epica decennale

Roma. Il Kashagan, enorme giacimento petrolifero nel nord del Mar Caspio, ha appena esportato la prima fornitura di greggio dopo ventitre anni di lavoro, molte difficoltà tecniche, oltre 50 miliardi di dollari di investimenti e costi in crescita esponenziale rispetto alle stime iniziali. Per raggiungere una produzione stabile ci vorrà del tempo, ma è l’apogeo di un processo affascinante e periglioso iniziato nel 1993.

 

All’epoca l’industria petrolifera mondiale era in uno stato di depressione generale sia per via di una grave caduta dei prezzi sia, soprattutto, per la perdita di fiducia dei petrolieri internazionali nella possibilità di riuscire a trovare e a sfruttare mega-giacimenti in grado di rivaleggiare con quelli mediorientali – erano passati appena dieci anni dallo choc del Mukluk, giacimento all’apparenza promettente in Alaska, rivelatosi secco. E’ con timore e speranza che inizia la tormentata conquista del Kashagan: una saga mitica, una scommessa ingegneristica, giudicata un flop dalla stampa internazionale dopo che nel 2013 i tubi non ressero alla sorpendente acidità dell’olio che li corrose, fermando i lavori. Ora è una realistica promessa che s’avvera.

 

La strada del Kazakhstan fu aperta da Guglielmo Moscato dell’Eni col megagiacimento terrestre Karachaganak che consentì alle compagnie occidentali iniziare gli affari nell’ex repubblica sovietica. A inizio anni Novanta un consorzio internazionale (Agip capofila, la francese Total, le inglesi British Gas e British Oil, l’olandese Royal Dutch Shell, e l’americana Mobil) trovò un accordo col governo di Nursultan Nazarbayev, tuttora in carica a 76 anni, e sborsò centinaia di milioni in ricerche; per Nazarbayev significava ambire ad affrancarsi dall’orbita russa post-Urrs. Le sfide per gli operatori erano immense. Solo gli olandesi avevano qualche dimestichezza di contratti commerciali nell’area, retaggio dell’attività commerciale della Compagnia olandese delle indie orientali. L’ambiente era ostile con inverni glaciali ed estati torride. Per i pionieri come gli uomini della Bp Paul Jeffery e Steve Green, specialisti di progetti importanti in posti proibitivi, arrivati a Atyrau, già Guriev, base dei diplomatici del greggio 75 chilometri a sudest del Kashagan, la vita era scomoda con acqua a corrente scarsa e salata, strade di fango, alloggi malandati, ed erano oggetto di folkloristica cuorisità da parte dei kazaki che avevano visto pochi occidentali.

 

Per anni le esplorazioni proseguirono, con le più grandi onde sismiche mai generate per capire la natura dell’enorme struttura geologica che custodiva, a 5 mila chilometri di profondità, sotto un imponente duomo salino, riserve presunte di 40 mila miliardi di greggio – il doppio del colossale giacimento “fratello” Tengiz. Solo nell’aprile del 2000, dopo costosissimi preparativi, turni di 28 giorni per gli operai sulla piattaforma esplorativa Sunkar, “falcone” in kazako, venne raggiunta la cima della riserva. Si seppe dunque che “Kashagan aveva petrolio, un sacco di petrolio”, (“Il petrolio e la gloria”, Steve LeVine, ilSirente). Nazarbayev volle presenziare alla prima e rischiosa estrazione, ma l’olio era ancora scarso: gli fecero credere che fosse già attivo e generoso bruciando diesel al posto del gas che solitamente erutta furioso da un pozzo vergine. Si lasciò prendere in giro all’epoca, ora probabilmente dopo anni di ritardo non starebbe più al gioco.

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