Un balzo dell’industria non ci rende un’economia di serie A. Parla Berta

“Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, non è un inno alla nostalgia o un richiamo alla retorica della seconda manifattura europea, “formula logora e tuttavia ancora in voga”. Semmai è un richiamo al realismo.
Un balzo dell’industria non ci rende un’economia di serie A. Parla Berta

foto LaPresse

Milano. “Prendiamo atto della realtà: dal punto di vista economico l’Italia è un paese di serie B”. Non usa mezzi termini Giuseppe Berta, professore di politica economica in Bocconi, già direttore dell’archivio storico Fiat, da sempre assiduo studioso della nostra economia. Ma il suo saggio su “Che fine ha fatto il capitalismo italiano?”, non è un inno alla nostalgia o un richiamo alla retorica della seconda manifattura europea, “formula logora e tuttavia ancora in voga”. Semmai è un richiamo al realismo, che poggia sulla consapevolezza del passato di un paese che non ha mai avuto ruolo leader nell’economia internazionale e che oggi, in presenza di un quadro tecnologico e geopolitico in grande evoluzione, rischia di ritrovarsi si nuovo sul ciglio della povertà “se non recupera la consapevolezza di sé”. Insomma, una frustata, forse ingenerosa. O no? “Non voglio essere un medico pietoso – replica lo storico di Mirafiori e dell’industria che fu – Quando, come accade oggi, un paese come l’Italia il 20 per cento delle aziende realizza l’82 per cento del prodotto interno lordo occorre riflettere sulla missione e la funzione dell’80 per cento che si limita a vegetare, come un esercito di zombie. Andando avanti così, il futuro è davvero difficile”.

 

Attenzione, però. Berta è uno studioso troppo serio e attento per cadere nella tentazione di vestire i panni di Cassandra o, peggio, per prestarsi al gioco della polemica politica spicciola. L’Italia ha innegabili punti di forza nelle medie imprese e nel settore automotive, l’industria delle industrie, che ha contribuito massimamente all’aumento della produzione industriale di agosto (più 1,7 per cento su base mensile, più 4,1 su base annua), comunicata ieri dall’Istat, mentre gli analisti s’attendevano un declino. “Ma il capitalismo leggero – obietta Berta – non è l’antidoto alla decadenza economica”. Si tratta di imprese, spiega, che stanno a loro agio in una fascia più bassa rispetto ai grandi giochi globali, quelli della serie A. Non sono né possono essere la versione italiana di un capitalismo che muove, con rapidità estrema, capitali immensi. E’ un piccolo cosmo che fatica meno, ma comunque fatica, a tenere il passo in termini di produttività e profitti.

 

Nell’ultimo decennio il numero delle medie imprese è sceso sotto le 4 mila unità (1.330 in meno del picco del 2007, pre crisi), mentre la quota delle aziende manifatturiere controllate dall’estero è raddoppiata, dal 14,3 al 26,7 per cento. Inutile soffermarsi sulla ritirata della grande impresa, da Pirelli a Italcementi, in attesa di un probabile “merger” americano di Fiat-Chrysler. Non è un fenomeno negativo. “Le multinazionali – commenta Berta – sono agenti attive del cambiamento: meglio confluire in realtà più grandi che sparire”. Anche perché, a differenza di quanto capitava nei “Trenta gloriosi” (gli anni della Guerra fredda ma anche degli investimenti in Europa dell’Ovest), il capitalismo high-tech e low cost è dominato dai colossi californiani, da Apple a Google, che tendono a snobbare “le periferie e le semiperiferie della nuova economia”. Impallidisce intanto la carta europea. Il modello tedesco, sotto tiro negli Stati Uniti (Volkswagen e Deutsche Bank) non sembra in grado di fare da traino all’Italia, ove cresce la tentazione di saltare Bruxelles per dialogare direttamente con Washington. “Ma il tramonto dell’Ue non ci porterà del bene”.

 

Comunque si rigiri la questione, insomma, emerge la necessità di un nuovo modello per l’Italia prendendo atto che quello della grande impresa, così caro ai big di una stagione tutto sommato breve e oramai esaurita (da Guido Carli, all’Avvocato Agnelli e oltre) ha ormai ceduto il passo all’altra Italia, già gradita a Luigi Einaudi, che tanto amava quell’Italia “fatta di terra, contadini e sudore” che oggi si ripresenta nelle vesti di un’economia intermedia “che ha bisogno – conclude Berta – di cornici e infrastrutture da costruire da zero, a partire dalle piattaforme digitali”. Potrebbe servire il piano Industria 4.0 del governo Renzi “purché non si limiti ai super ammortamenti”. E’ poi urgente che l’economia ritrovi strutture capaci di rappresentarla. “I sindacati dovrebbero abbandonare gli schemi attuali per ascoltare una domanda che sale, inascoltata, dal mondo del lavoro”. E la Confindustria? “Boccia è stato eletto da gruppi di potere interni e dai gruppi pubblici. Difficile che possa rappresentare le voci più vivaci dell’imprenditoria”, quelle che potrebbe dare forza all’Italia di Einaudi 2.0. Magari più piccola, meno ambiziosa (o meno velleitaria) ma per questo capace di riprendere un cammino interrotto ancora prima della grande crisi.

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