Perché la strategia di Putin sul petrolio passa per la pace con Riad

L'apertura della Russia a un congelamento o persino a un taglio della produzione ha fatto scattare il rally del petrolio. Brent ai massimi da un anno a 53,45 dollari al barile. I sauditi dicono che i 60 dollari al barile entro l'anno "non sono impensabili".
Perché la strategia di Putin sul petrolio passa per la pace con Riad

foto Day Donaldson via Flickr

La guerra del petrolio, che solo nel 2014 aveva trascinato i prezzi del WTI ad un minimo di 20 dollari al barile, pare essere entrata in una fase di tregua, con l’accordo di lunedì tra Mosca e Riad sul taglio della produzione. Russia e Arabia Saudita stanno affrontando una grave crisi economica e il mercato dei combustibili fossili rappresenta un settore chiave per entrambi. Aumento dei prezzi delle materie prime e rapporti di buon vicinato sono, banalmente, le carte migliori in mano alle due potenze.  

 

L'apertura della Russia a un congelamento o persino a un taglio della produzione ha fatto scattare il rally del petrolio. Lunedì il Brent, benchmark del mercato, è salito ai massimi da un anno a 53,45 dollari al barile dopo che il presidente russo Vladimir Putin si è detto pronto a congelare o tagliare la produzione in linea con quanto deciso dall'Opec ad Algeri: l’intesa tra i paesi produttori per il taglio della produzione petrolifera, che dovrà essere ratificata dopo l’incontro di Vienna del 30 novembre prossimo, prevede una riduzione di circa 740 mila barili al giorno portando la produzione dagli attuali 33,2 milioni di barili a 32,5 milioni di barili al mese. La quotazione raggiunta lunedì è la più alta da ottobre 2015, quando il greggio toccò i 54,05 dollari al barile ed è prevedibile un’ulteriore impennata. Per Al-Falih, il ministro saudita dell’Energia, “non è impensabile immaginare che entro la fine dell’anno i prezzi raggiungeranno i 60 dollari al barile”. Un’ipotesi che operatori di mercato, trader e alcuni manager dell’industria petrolifera, ventilavano al Foglio già alla fine del maggio scorso

 

Parlando a margine del 23esimo World Energy Congress in corso a Istanbul, Putin ha dichiarato infatti che “la sovrapproduzione di greggio e la caduta dei prezzi sono problemi che l'Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio deve affrontare”. “Sosteniamo la recente iniziativa dell'Opec di fissare dei limiti alla produzione e spero che questa idea venga messa sul tavolo all'incontro di novembre, dando un segnale positivo ai mercati e agli investitori”, ha aggiunto il presidente russo nella sua prima visita in Turchia dopo la crisi diplomatica scoppiata tra Ankara e Mosca con l'abbattimento di un jet russo da parte dell''aviazione turca a novembre 2015. L'accordo di Algeri dovrà inoltre passare l'esame degli altri grandi produttori che non fanno parte del Cartello, in particolare gli Stati Uniti. Il mercato deve poi fare i conti con l’Iran, che non pare intenzionato a tagliare la produzione: in quest’ottica Mosca potrebbe rivelarsi l’intermediario ideale tra Teheran e i sauditi, approfittando anche di un allontanamento tra Washington e Riad che pare destinato ad allargarsi.

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