Perché il direttore generale del Tesoro viene accusato di immobilismo sulle crisi bancarie.

Da quando ministro dell’Economia è Pier Carlo Padoan e premier Matteo Renzi, molti hanno notato soprattutto le assenze di Vincenzo La Via da fronti, più che caldi, arroventati. Dalle crisi bancarie ai rapporti con l’Europa.
Perché il direttore generale del Tesoro viene accusato di immobilismo sulle crisi bancarie.

Vincenzo La Via, direttore generale del Tesoro (immagine tratta da Youtube)

Roma. Mario Sarcinelli, Mario Draghi, Domenico Siniscalco, Vittorio Grilli. Sono stati tra gli ultimi direttori generali del Tesoro, occupando con autorevolezza quella posizione di grande potere. Tre (Sarcinelli, Siniscalco, Grilli) hanno poi fatto i ministri e i banchieri privati; Draghi è passato da lì alla Goldman Sachs, al vertice della Banca d’Italia e poi della Banca centrale europea. Ora quanto ad assidua e grintosa presenza sui dossier si può dire altrettanto del loro attuale successore Vincenzo La Via? Da quando ministro dell’Economia è Pier Carlo Padoan e premier Matteo Renzi, molti hanno notato soprattutto le sue assenze da fronti, più che caldi, arroventati. Dalle crisi bancarie ai rapporti con l’Europa. Qualcuno, per dire, si è chiesto perché Padoan, e non il suo direttore generale, alzi il telefono per rimuovere l’amministratore delegato del Monte dei Paschi (nel caso, Fabrizio Viola) o della Cassa depositi e prestiti (nel caso, Giovanni Gorno Tempini). Se per entrambi l’azionista è il Tesoro, il “field commander” è appunto il dg.

 

Stessa cosa per i rapporti con advisor e banche d’affari nelle fusioni bancarie e nella ricerca di capitali privati: il ruolo di Draghi sul Britannia, lo yacht reale inglese, nel giugno 1992 con il governo Amato che entrava in carica e le successive privatizzazioni, è diventato un genere letterario. Ora che le vendite o le quotazioni di aziende pubbliche si riducono a Enav, Rai Way e parzialmente Poste, ben lontani dall’obiettivo di 14 miliardi fissato da Renzi e Padoan, dov’è finito La Via? E perché il ministro deve definirsi “facilitatore” nel caso Mps, un ruolo stile Signor Wolf di “Pulp Fiction” che spetterebbe al suo braccio destro?

 

Da tempo il Corriere della Sera – mica un blog qualsiasi – nota come a Bruxelles “non passi inosservato” quanto La Via, che pure presiede il comitato degli sherpa economici dell’Unione europea (e in Italia è segretario del Comitato interministeriale per il credito e risparmio), sia assente mentre si moltiplicano le pressioni della Commissione e della Banca centrale europea sugli istituti italiani, delegando i fascicoli ad Alessandro Rivera, un suo dirigente. “Il fatto è – racconta al Foglio una fonte interna di Via XX Settembre – che si è creata una struttura ad arco, con Rivera del Tesoro e Federico Giammusso, consigliere per la macroeconomia internazionale, dirigenti generali, che riportano a Padoan, così come Francesco Parlato, direttore per finanza e privatizzazioni, e Fabrizio Pagani, capo della segreteria tecnica. In cima all’arco, nel punto di maggiore tensione, così c’è il ministro”. E fuori dalle tensioni il direttore generale, un paradosso. “Vero. Il tutto forse è generato dal fatto che proprio Draghi sia considerato il mentore di La Via, che così viene guardato con un misto di rispetto e sospetto. All’inizio, quando la sua posizione pareva traballare, si pensava che il direttore generale attivasse un canale preferenziale con il presidente della Bce, con vantaggio reciproco. Ma neppure questo è avvenuto”.

 

La Via è vittima dell’essere un “Draghi boy”? “In realtà Draghi creò negli anni Novanta una squadra di prim’ordine: come Francesco Giavazzi alle privatizzazioni, Maria Cannata, che poi sarebbe diventata responsabile del debito pubblico, Dario Scannapieco, il capo-staff. Ognuno con missione e obiettivi definiti”. La Via invece è arrivato nel 2012, dopo sette anni alla Banca mondiale. Quando la delega ministeriale era esercitata da Mario Monti, con Vittorio Grilli vice. Non ha avuto problemi in era Fabrizio Saccomanni-Enrico Letta; poi con la rottamazione renziana è stato sospettato di lettismo, al pari del pisano (come Letta) Pagani, e del ragioniere generale Daniele Franco. Ma gli altri due hanno recuperato. Dunque?

 

Riccardo Gallo, economista alla Sapienza, manager – era sul Britannia come vicepresidente dell’Iri – ed ex consulente del Tesoro per le privatizzazioni, fornisce al Foglio un’analisi dettagliata che assomiglia a un indovinello: “La struttura del ministero è ricca di risorse ma scarsa per competenze sul sistema bancario. Queste stanno appieno solo in due uffici, il 2 e il 3, tra gli otto che compongono la direzione 4, che a sua volta è solo una delle otto della direzione generale del Tesoro, a sua volta una delle tre del dipartimento del Tesoro, a sua volta uno dei quattro dipartimenti del Mise… I due uffici sono schiacciati da una massa enorme di problemi: riforme bancarie, smobilizzo dei crediti deteriorati, recepimento delle norme europee, fondi di garanzia. Negli anni le grane sono aumentate a dismisura, ma l’organigramma è immutato, fissato per legge. Così coloro che istituzionalmente si occupano di banche incidono sulla struttura per meno dell’1 per cento”.

 

Ma Gallo pensa che qualcosa non vada anche nella burocrazia del Mef: “Un consigliere deve avere la fiducia del ministro; una competenza nel sistema bancario non solo giuridica ma anche economica, non solo teorica ma anche frutto di esperienza operativa di livello elevato e di successo; deve essere indipendente dal sistema ma al tempo stesso tifoso dell’efficacia per le banche delle politiche del governo. Negli uffici attuali di diretta collaborazione del ministro questo profilo non si presenta di frequente”. Giudizio condiviso in termini ancora più drastici da un “top banker” già alto civil servant italiano: “In passato il direttore del Tesoro si prendeva la rogna di fare e ricevere sfuriate, il cosiddetto lavoro sporco. Il ministro non dovrebbe farlo: ci sono regole da rispettare, perfino per non rischiare problemi legali. Ne cito due: nomine e dimissionamenti devono essere formalizzati secondo il diritto societario, cioè nei consigli d’amministrazione. E con gli advisor si devono fissare standard univoci. Altrimenti capita che una banca d’affari persegua interessi in contrasto con il fondo appena costituito sotto il patrocinio del Tesoro”. Ogni riferimento a JP Morgan e Fondo Atlante non è casuale. E, aggiunge il nostro interlocutore, “attenzione, perché oltre all’immagine si rischia denaro pubblico”.

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