Dove investire per il futuro dell’Italia. Appunti da Birmingham

Al congresso annuale Tory, Boris Johnson riconosce che la produttività dell’Italia è superiore a quella britannica. Ma il futuro è fatto di hi tech, digitalizzazione delle imprese tradizionali, dei servizi al cittadino, della Pa e della nascita dell’Industria 4.0.
Dove investire per il futuro dell’Italia. Appunti da Birmingham

Germania, fiera dell'industria ad Hannover (foto LaPresse)

"La produttività dell’Italia è superiore a quella britannica. Investiremo in high tech e skills, oltre che in infrastrutture, per superare Italia e Germania, visto che la nostra economia cresce più delle altre grandi economie europee”. Una frase che, detta da un politico noto come Boris Johnson, ex sindaco di Londra e attuale ministro degli Esteri inglese, ha particolare valore. E’ accaduto al congresso annuale del Partito conservatore inglese, a Birmingham. E’ un riconoscimento all’Italia, secondo paese manifatturiero d’Europa e uno dei cinque paesi al mondo – Ambrosetti docet – ad avere un surplus superiore ai 100 miliardi di dollari. Non ce lo stiamo dicendo da soli per consolarci, insomma. Chi scrive era invitato al congresso, a molte tavole rotonde con ministri del governo inglese, in una élite di 140 imprenditori “innovativi”, manager e responsabili di associazioni. Il ministro dell’Economia britannico Philip Hammond ha anche annunciato 220 milioni di sterline di investimenti per attrarre aziende hi tech, perché anche l’Industria 4.0 ne possa beneficiare e passi dall’essere una dichiarazione di intenti a un fatto.

 

Questo futuro, fatto di aziende hi tech, ecosistemi digitali e startup innovative, passa attraverso la digitalizzazione delle imprese tradizionali, dei servizi al cittadino, della Pubblica amministrazione e della nascita dell’Industria 4.0. Cose che non vogliono dire robotizzare le aziende o migliorare i siti della Pa: questi rimangono temi aperti, ma conseguenti a uno sviluppo più complesso, un cambio culturale dal quale nessuno può sentirsi immune. A cominciare dalla politica, che è determinante: il piano Industria 4.0 del ministro Calenda è un potenziale passo avanti, con interventi efficaci e immediati. Poi la scuola e l’università, fondamentali per la nascita di professionalità sempre più adatte alle generazioni future: devono avere oggi la forza, la capacità e il coraggio di innovare al proprio interno. Nuove professioni, come data scientist o big data analyst o social media manager – tra tante altre – ma anche recupero e innovazione di saperi che sono altrettanto centrali: filosofi, matematici, designer, ecc. In un mondo fatto di trasformazione di saperi antichi e meno antichi in saperi del futuro, la conoscenza di dominio diventa cruciale: così i saperi industriali potranno essere protagonisti come quelli tecnologici, scientifici e organizzativi. Senza “chi sa come si fa” una cosa, non c’è innovazione tecnologica profonda. Abbiamo saperi in qualsiasi campo e disciplina: dai decantati cibo, moda, auto sportive, ai meno “visibili” aerospazio, chimica, medicina. Non dimentichiamo mai che il cambiamento è un problema di uomini e non di macchine, che sono solo uno strumento.

 

Le aziende, industriali e di servizi sono nel cuore di questa rivoluzione industriale, economica, tecnologica e sociale: devono però capire, dalle più piccole alle più grandi, che la sfida è fatta anche di accettazione del cambiamento e adattamento a esso attraverso un cambio di cultura profondo. La frase Fabbrica 4.0? Digitalizzazione? Io ho 100 dipendenti e non devo robottizzare la fabbrica, ho altri problemi”, è la più sbagliata in questo momento storico. E la sentiamo spesso. Non è comprando startup, inserendo più software e computer o assumendo giovani nerd che si risolve il problema. Si deve intervenire sulla cultura dell’impresa e dell’imprenditore, creando – per fare un esempio concreto – modelli di finanza più avanzati, accettando novità come finanziarsi attraverso l’ingresso di soci di capitale con schemi protettivi per l’imprenditore, se questo serve a compiere il passo. E la politica deve intervenire sull’infrastruttura: rimanere tra le grandi economie significa anche trasporti, comunicazioni, accesso alle informazioni e alla conoscenza più rapido, completo ed efficace.  Insomma, la sfida di un intero paese, dalla quale nessuno può sentirsi escluso.

 

Sempre Johnson a Birmingham ha chiesto se c’erano più abitanti in quella città nel 1930, nel 1951 o nel 2016. La risposta è stata “nel 1951”, epoca di grande crescita industriale. Oggi la città sta tornando verso quei livelli, ma il 42 per cento della popolazione è di origine extraeuropea. Temi quindi complessi, difficili da indirizzare e molto sfidanti. E attuali. Tutte queste cose la Gran Bretagna le ha capite, anche spinta da un evento inatteso in fondo anche per loro: la Brexit. Ma le grandi nazioni si concentrano su grandi obiettivi lavorando al cambiamento tutti insieme. Come fece l’Italia del Dopoguerra. Quindi lo sappiamo fare anche noi. Adesso ci tocca farlo. Concretamente. Tutti e tutti i giorni.

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