Il tramonto del Sole è quello di una classe confindustriale

Per mesi gli ex amministratori avevano tessuto le lodi della loro gestione che in realtà era un buco. Dopo lo scontro tra Squinzi e il neopresidente Boccia, salvare il quotidiano degli industriali potrebbe toccare alle banche creditrici sul modello Sorgenia. Parabola di un capitalismo in panne.
Il tramonto del Sole è quello di una classe confindustriale

La sede del Sole 24 Ore (immagine via Flickr di Luca Galli)

Roma. Quando il Sole 24 Ore festeggiò i suoi 150 anni di storia nel maggio scorso al Teatro alla Scala di Milano, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, con ogni probabilità gli amministratori dell’epoca sapevano che la situazione finanziaria del gruppo editoriale controllato unicamente dalla Confindustria era assai critica. Eppure nei mesi precedenti e in quelli successivi arrivavano soltanto comunicazioni rassicuranti dai vertici della società editoriale. Il 29 settembre scorso si è saputo che il Gruppo 24 Ore ha perso 49,8 milioni di euro nei primi sei mesi dell’anno – cifra che porta le perdite accumulate in circa sette anni e mezzo a 300 milioni di euro. Il giornale degli imprenditori è in una situazione di conclamata difficoltà.

 

La verità è emersa perché a maggio Giorgio Squinzi, ex presidente di Confindustria, ha acquisito la carica di presidente del Gruppo 24 Ore e ha nominato amministratore delegato il manager Gabriele Del Torchio, ex ad di Alitalia, in contrasto con il suo successore alla guida dell’associazione, Vincenzo Boccia. Nei mesi precedenti l’ex presidente della Sole 24 Ore S.p.A, Benito Benedini, aveva dichiarato che “i conti sono stati messi in sicurezza” e che, come scrisse in una lettera di replica a un articolo del Foglio il 22 marzo, “questa gestione editoriale e aziendale ha portato il Gruppo fuori dalle secche dell’emergenza finanziaria e lo ha rimesso sulla strada della redditività”, rivendicando anche il buon operato dell’ex amministratore delegato, Donatella Treu.

 

La procura di Milano guidata da Francesco Greco e la Consob, Autorità che vigila sulla Borsa, stanno verificando se le accuse di false comunicazioni e aggiotaggio, contenute in due denunce, sono valide. La redazione è in subbuglio e guarda con preoccupazione all’evolversi della situazione. In un comunicato sindacale, all’indomani dalla comunicazione della fatale semestrale, il comitato di redazione si domandava con sarcasmo come mai si è passati dall’ultimo miglio per la salvezza all’orlo del baratro. Il comunicato chiosa con una sarcastica esortazione: “L’emergenza obbliga a un ribaltamento totale della prospettiva: abbiamo bisogno di verità al posto della realtà parallela e di progettualità di lungo termine per costruire il futuro. FATE PRESTO”. Quel “FATE PRESTO” che il direttore del Sole 24 Ore, Roberto Napoletano, prese a prestito dal titolo del Mattino dopo il terremoto dell’Irpinia e che rispolverò nell’ottobre 2011 quando il governo di Silvio Berlusconi stava scricchiolando sotto i tacchi di Lady Spread.  

 


I numeri fondamentali del bilancio consolidato del Gruppo 24 Ore tra il 2010 e il 2016 elaborati da Fabio Bolognini (fonte: www.linkerblog.biz)


 

Mercoledì l’assemblea dei giornalisti del Sole ha votato a larga maggioranza (74 per cento dei voti a favore, il 22 per cento contro) la sfiducia a Napoletano. Ma il consiglio di amministrazione – dal quale nel frattempo si erano dimessi sei membri su undici, compreso il presidente Squinzi, per essere sostituiti da personalità scelte da Boccia – ha invece confermato la fiducia al direttore in tarda serata. Napoletano, nominato a marzo 2011 – poi ha cumulato le cariche di direttore dell’agenzia stampa Radiocor e di Radio 24 –, è ritenuto dalla maggioranza dei giornalisti  responsabile del declino dei conti come gli amministratori in quanto ha voce in capitolo nella gestione aziendale.

 

La base degli imprenditori vive con “incredulità e apprensione” il momento, dice un membro del Consiglio generale di Confindustria, il “Parlamento” degli industriali, perché temono che i soldi versati ogni anno al sindacato di rappresentanza vadano a ricoprire le perdite di una “malagestione decennale” e non a produrre iniziative utili alle imprese associate.
E’ facile ipotizzare che le perdite del gruppo per l’intero anno in corso raddoppieranno rispetto a quelle semestrali, a 100 milioni di euro circa, e renderanno necessaria una ricapitalizzazione massiccia. Il motivo è riuscire a rassicurare gli istituti bancari – Intesa Sanpaolo, Banca popolare di Milano, Popolare di Sondrio, Monte dei Paschi di Siena – che hanno elargito un prestito da 50 milioni di euro, su cui è stato chiesto di rinegoziare le scadenze, e potrebbero pretendere di potere incidere nella conduzione futura del gruppo. Una delle ipotesi per tamponare la situazione, circolata sulla stampa, è particolarmente imbarazzante per i confindustriali: se le banche convertissero il debito in azioni, con i prezzi del titolo ai minimi storici di 45 centesimi di euro, diventerebbero azioniste rilevanti ponendo fine all’epoca dell’azionista unico chiamato Confindustria. Una parabola negativa sperimentata per esempio dalla Sorgenia, società elettrica della famiglia De Benedetti, rilevata da un pool di banche creditrici a inizio 2015.

 

La parabola discendente del quotidiano degli industriali è più complessa da tracciare nel corso degli anni. Ernesto Auci, direttore del Sole dal ’97 al 2001, e ora presidente del giornale finanziario web FIRSTonline, ricorda che a fine anni Novanta il principale quotidiano economico italiano rivaleggiava con il blasonato Financial Times perché, ad esempio, a differenza degli altri giornali non si occupava delle questioni politiche dietro al merito delle leggi ma delle leggi nel loro merito, ottenendo l’attenzione di Parlamento e professionisti senza mai identificarsi con l’apparato confindustriale a mo’ di house organ – ovvero un po’ la deriva odierna. Vedendo che il Sole superò la “sua” Stampa, in quanto a diffusione, l’avvocato Agnelli  si convinse – e lo confidò ad Auci – che i giornali specializzati sarebbero andati meglio degli altri. Così è stato, ad esempio, per il Financial Times, comprato dalla casa editrice giapponese Nikkei, o per il Wall Street Journal. I rivali internazionali hanno però investito in innovazione diversamente dal Sole che, al di là della replica del cartaceo su iPad, è stato refrattario a sperimentare nuovi servizi tecnologici, forse confondendo l’autorevolezza con un cauto ma controproducente immobilismo.

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