Tutte le domande a cui Padoan non ha ancora risposto sul caso Mps

Questioni di metodo e di merito che, ove non risolte, innescherebbe reazioni a catena pericolose per l'intero sistema bancario italiano, e dunque per il Paese, perchè Mps ha in pancia decine di miliardi di titoli di stato, 5 miliardi di obbligazioni subordinate e 45 miliardi di crediti deteriorati. Ci scrive Massimo Mucchetti.
Tutte le domande a cui Padoan non ha ancora risposto sul caso Mps

Pier Carlo Padoan (foto LaPresse)

Al direttore - Il ministro dell'Economia, nell'intervista al Foglio e nella lettera al Corriere, ha dato risposte stupefacenti alle questioni che Ferruccio de Bortoli e io avevamo posto sul caso Mps. Questioni di metodo e di merito che, ove non risolte, innescherebbe reazioni a catena pericolose per l'intero sistema bancario italiano, e dunque per il Paese. Mps ha in pancia decine di miliardi di titoli di stato, 5 miliardi di obbligazioni subordinate e 45 miliardi di crediti deteriorati. In caso di salvataggio con la disciplina del bail in e/o del burden sharing, verrebbe inflitto agli obbligazionisti di Mps un salasso dieci volte superiore a quello subito dagli obbligazionisti di Banca Etruria e delle altre tre banchette. Ancor peggio, verrebbe confermata l'ulteriore svalutazione al 18 per cento dei crediti in sofferenza, con la conseguenza di costringere le altre banche italiane bisognose di capitali – a partire da Unicredit – di dover svalutare in proporzione le proprie sofferenze, aumentando così il fabbisogno di nuovi capitali tanto difficili da reperire.  Ma partiamo dal metodo, perché il mancato rispetto delle forme – questa specie di dribbling istituzionale dei consigli di amministrazione – non porta mai bene. Mi sarei dunque aspettato che Padoan smentisse di aver mai telefonato all'allora amministratore delegato di MPS, Fabrizio Viola, annunciandogli il licenziamento, in qualità di ambasciatore di palazzo Chigi. Forse avrebbe anche dovuto confessare: “Si, è vero, avevo incoraggiato il presidente Massimo Tononi a sostenere con pubbliche dichiarazioni il povero Viola, sul quale in agosto già cominciavano a correre voci. Poi vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole e più non dimandate…”. E così ci siamo giocati anche il presidente di Mps che, per dignità, si è dovuto dimettere anche lui, una volta saltato l'ad.

 

Passiamo alle questioni di merito. Visto che ha deciso di parlare, un ministro dell'Economia, che detiene il maggior pacchetto azionario di Mps, avrebbe dovuto chiarire se ritiene sempre attuabile il piano studiato da JP Morgan presentato al mercato il 29 luglio o se lo ritenga non realistico e dunque da modificare. Nel primo caso, l'azionista Padoan dovrebbe spiegare perché mai sia necessario un nuovo consiglio il 24 ottobre anziché lavorare ventre a terra per eseguire la delibera di luglio. Nell'altro caso, l'azionista Padoan dovrebbe spiegare perché mai, essendo fallito il primo piano, non si debba verificare, assieme alle nuove proposte di JP Morgan, anche le proposte di Corrado Passera. Ora su Passera corrono giudizi e pregiudizi, a causa della sua esperienza politica. Personalmente, non ho mai avuto particolari convergenze con l'ex ministro dello Sviluppo economico. Per quel che vale, ricordo come lui, da banchiere di Intesa Sanpaolo, sostenesse una direzione del "Corriere", quella di Paolo Mieli, che aveva un'idea dell'editoria e del giornalismo assai diversa da quella che, nel mio piccolo, ho coltivato. E ricordo anche come sulla delicatissima partita Unipol-Fonsai, il ministro Passera sostenesse il tandem Arpe-Palladio contro Mediobanca, mentre chi scrive denunciava l'ombra di Generali e le mire di Intesa Sanpaolo sulla compagnia fiorentina che si nascondevano dietro quella strana coppia.

 

Non di meno, credo che il piano Passera meriti di essere scrutinato. Magari per concludere che non sta in piedi. Respingerlo senza leggerlo fa pensare che si tema di doverne ammettere una qualche consistenza. O magari la possibilità di una convergenza sul sempre più misterioso nuovo piano di JP Morgan, con Mediobanca in posizione di prudente supporto. Sento dire che JP Morgan porterebbe a Siena il fondo sovrano del Qatar. Nessuna opposizione di principio sui fondi sovrani. Quello norvegese rappresenta un modello straordinario di finanza politicamente corretta. Pure quello catarino può andare, se compra muri o griffe dell'alta moda. Dal Qatar possiamo anche acquistare del gas. Ma vogliamo dare la terza banca italiana al fondo sovrano di regno sospettato di rapporti con il terrorismo islamista? Le banche sono gli animali più delicati e pericolosi dello zoo della finanza… Padoan, invece, ha scelto di fare un puro atto di fede in JP Morgan. Senza avere in mano una firma su nulla di vincolante. Avendo evidentemente concesso alla banca americana un'esclusiva sulla parola e senza termine nè condizioni. Amen.

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