Secondo round dopo Rcs

Sul Monte dei Paschi si scontrano Intesa Sanpaolo e Mediobanca

Le stilettate di de Bortoli e Mucchetti al piano JP Morgan portano acqua alla banca di Guzzetti e Bazoli. E Draghi da che parte sta?
Sul Monte dei Paschi si scontrano Intesa Sanpaolo e Mediobanca

foto Sean X. Liu (via Flickr)

Roma. Dopo la conquista estiva della Rizzoli Corriere della Sera da parte della cordata guidata dall’outsider Urbano Cairo con Intesa Sanpaolo a discapito di quella patrocinata da Mediobanca, è attorno al Monte dei Paschi che sta riemergendo un conflitto che molti pensavano sorpassato. Uno scontro al calor bianco che ha come epicentro la madre delle crisi bancarie e vede sfidarsi Intesa, polo d’interessi cattolici e lombardi, e Mediobanca, dall’influenza residua ma sufficiente a conservare il ruolo fondativo di “tempio” della finanza laica e passe-partout per blasonate istituzioni angloamericane in Italia. Lunedì con due articoli complementari Ferruccio de Bortoli sul Corriere della Sera, di cui è ex direttore, e il senatore pd ed ex corrierista Massimo Mucchetti, sul Fatto quotidiano, hanno demolito il piano di ricapitalizzazione da 5 miliardi di Mps affidato dal governo di Matteo Renzi a JP Morgan con la collaborazione di Mediobanca dopo un incontro con il ceo della banca d’affari americana Jamie Dimon a luglio. Il governo prima pensava di sfidare le nuove regole europee del bail-in e azzardare il suo opposto, il bail-out. Le critiche affondano sui criteri della “opaca” operazione che vede gli americani determinati a lucrare sulle commissioni e sulla cartolarizzazione dei crediti deteriorati. JP Morgan, sulle basi di un pre-accordo di sottoscrizione per l’aumento di capitale, fornirebbe un prestito ponte di tre anni in cambio della garanzia sul totale monte sofferenze di Mps, 28 miliardi, valutato al 17 per cento del valore di carico contro il 33 riconosciuto dal fondo Atlante di Giuseppe Guzzetti, capo della fondazione Cariplo, che si è prenotato per rilevare una fetta minore dei crediti cattivi.

 

Il fondo  Atlante è gestito da Quaestio, società di gestione del risparmio presieduta da Alessandro Penati, docente dell’Università Cattolica, che da fustigatore delle Fondazioni di origine bancaria s’è infine alleato con Guzzetti, già politico Dc da diciannove anni guida la Fondazione Cariplo (azionista pesante di Intesa) e da oltre quindici è dominus dell’associazione delle Fondazioni, l’Acri (che è anche azionista di Cassa depositi e prestiti), per l’ultima “operazione di sistema” benedetta da Giovanni Bazoli, presidente emerito di Intesa (in pensione). Se lo sconto voluto da JP Morgan per le sofferenze di Mps fosse applicato all’intero sistema bancario, come benchmark, potrebbe mandare le banche in rovina. Un’eventualità che Gian Maria Gros-Pietro, presidente di Intesa in quota alla Fondazione torinese Compagnia di Sanpaolo, aveva condannato a giugno parlando di “questi operatori che sequestrano tutto, vendono e lasciano le macerie. A noi va bene un investitore come Atlante che punta al 6 per cento in qualche anno senza far fallire nessuno”, diceva parlando del fondo guzzettiano nel quale in aprile 67 investitori, comprese banche private e Cdp, avevano messo 4,2 miliardi, presto consumati per soccorrere Popolare di Vicenza, sollevando Unicredit dall’onere di farlo, e Veneto Banca. De Bortoli denuncia anche la “forzatura” con cui l’ex ad di Mps Fabrizio Viola è stato sostituito col capo di JP Morgan in Italia, Marco Morelli, il quale ricopriva posizioni apicali in Mps all’epoca del disgraziato acquisto di Antonveneta.

 

Con Viola, un po’ a sorpresa, ha lasciato il suo incarico di presidente di Mps anche Massimo Tononi, ex presidente di Borsa Italiana, che aveva incontrato Romano Prodi in Goldman Sachs, l’ha seguito all’Iri e poi, nel suo ultimo governo, al ministero dell’Economia come sottosegretario deputato anche a gestire la privatizzazione di Enel. Tononi, tramite Prodi, è stato chiamato nel board della finanziaria di Bazoli, la milanese Mittel. Venne indicato per la presidenza di Mps, in sostituzione di Alessandro Profumo, dalla Fondazione Mps, ora ridotta ai minimi termini, e dai fondi sudamericani Btg Pactual e Fintech Advisory. Quest’ultimo fondo messicano, che aveva il 4,5 per cento e da agosto è sceso della metà, fu portato sul Monte grazie ai servigi di un fedelissimo di Bazoli come Gaetano Micciché, capo dell’investment banking di Intesa, Banca Imi, come ricostruito dalla giornalista Camilla Conti nell’e-book “Gli Orologiai” (Informant, 2015). Pier Carlo Padoan ha risposto all’accusa di avere concertato l’allontanamento di Viola dal ruolo di ministro del Tesoro, primo azionista di Mps (4 per cento), dicendo che Morelli è stato votato dal cda e che sarà sottoposto al vaglio della Banca centrale europea, reggente Mario Draghi. Difficile dire se Draghi sia contro l’operazione, come suggeriscono le cronache. Dimon arrivò in Italia per intercessione di Vittorio Grilli, capo di JP Morgan Europa, ex ministro dell’Economia con Monti, nonché vicedirettore generale del Tesoro con delega alle privatizzazioni quando il direttore generale era Draghi. Se non è JP Morgan chi salva Mps? Per Mucchetti vale la pena di considerare il piano di Corrado Passera, ex ad di Intesa, chiamato da Prodi a capo di Poste nel ’98, che ha già “ottenuto il via libera da fondi di chiara fama” e “non cederebbe le sofferenze a un prezzo vile”.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi