Le lagne che uccidono il lavoro

L'occupazione si crea con più produttività, più capitalismo e meno escamotage assistenzialisti. Dall’appello a prendere l’aereo alla lode dell’“hipster capitalista”, lo state of mind inglese crea posti di lavoro. Lezioni dal Regno Unito.
Le lagne che uccidono il lavoro

Margaret Thatcher (foto LaPresse)

Roma. L’Europa sta vivendo ancora una “crisi esistenziale”, i cittadini sono stufi della “scarsa coerenza” dei loro governi, poco europeisti nei parlamenti nazionali, “il Patto di stabilità ha il suo effetto, ma non deve diventare un patto di flessibilità”, ha detto ieri il presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, nel suo discorso sullo stato dell’Unione a Strasburgo. Poi, per non apparire pessimista, ha precisato che “la disoccupazione è troppo alta, ma dal 2013 a oggi nell’Ue sono stati creati 8 milioni di nuovi posti di lavoro”, il tutto condito da un appello a “lavorare con energia al pilastro europeo dei diritti sociali”. Tutto vero, l’Eurostat conferma che le persone con un’occupazione nei 28 stati dell’Ue erano 212,9 milioni nel primo trimestre 2013 e sono diventate 221,3 milioni nei primi tre mesi del 2016. Piccolo dettaglio, su cui Juncker non si è soffermato: questo numero positivo si ottiene a condizione di considerare i 28 stati membri dell’Ue. Se invece fa fede il risultato del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno, il numero di posti creati nell’Ue a 27 – sempre al netto dei licenziamenti nel frattempo intercorsi – scende a poco più di 6 milioni. Perché il Regno Unito, tanto vituperato da Juncker e colleghi dopo la decisione di abbandonare l’Europa, da solo, ha creato quasi due milioni di posti di lavoro netti tra 2013 e 2016. E a Juncker dispiacendo, nel paese di Sua Maestà si è sfoggiato meno il “pilastro dei diritti sociali” e più la tigna sviluppista. Con appelli a “lavorare di più” che in Italia qualcuno giudicherebbe sconvenienti.

 

Iniziamo dai numeri sul mercato del lavoro inglese. Ieri Londra ne ha sfornati di freschi, e sono ancora da record. Non soltanto perché il tasso di disoccupazione nel Regno Unito è rimasto nel mese di luglio ai suoi minimi storici, cioè al 4,9 per cento (in Italia, nello stesso mese, era all’11,4 per cento). Da record è soprattutto il tasso di occupazione inglese, che ha raggiunto quota 74,5 per cento: ciò vuol dire che circa 75 persone su 100 tra quelle che potrebbero lavorare, avendo una età compresa tra i 15 e i 64 anni, effettivamente lavorano. In Italia il tasso di occupazione è salito negli ultimi mesi, ma è ancora al 57,7 per cento: su 100 persone in età lavorativa, soltanto 57 effettivamente lavorano, quasi 20 in meno che a Londra.

 

La robusta ripresa del prodotto interno lordo nel regno di Sua Maestà dopo la battuta d’arresto della crisi non spiega proprio tutto. Un qualche ruolo probabilmente lo ha avuto anche il tono del discorso pubblico dominante nel Regno Unito: tutt’altro che lagnoso, ben poco attorcigliato attorno agli escamotage per uscire prima dal mercato del lavoro (a Londra non si discute ininterrottamente delle sorti di pensionandi e pensionati come invece accade in Italia), e caratterizzato anzi da un pizzico di asperità.

 

Tutto iniziò ai tempi di Margaret Thatcher, ovviamente, quando il suo ministro del Lavoro, Norman Beresford Tebbit, rispose alle proteste della sinistra che lamentava scarsa attenzione ai disoccupati con queste parole: “Sono cresciuto negli anni 30, con un padre disoccupato. Egli non si diede al vandalismo. Inforcò la sua bicicletta e cercò lavoro. E continuò a cercarlo fino a quando non lo trovò”. Viaggiando rapidamente in avanti nel tempo, arriviamo a un altro governo conservatore, quello guidato da David Cameron. Nel 2012 i giornalisti chiesero al suo ministro degli Esteri, William Hague, di ritrattare una certa ruvidezza verso giovani e imprenditori che ricordava quella della Thatcher. Lui rispose quasi piccato: “Volevo dire di peggio. Volevo dire: salite su un aereo, andate a studiare all’estero, andate a vendere merci all’estero. La bicicletta è troppo poco”.

 


Theresa May (foto LaPresse)


 

Le virtù della gentrification

 

Nel 2016 il governo guidato da Theresa May, il primo ministro che ha sostituito Cameron a Downing Street dopo il referendum sulla Brexit, rimane fedele alla suddetta linea. Chi salverà l’economia londinese dalla Brexit? Non saranno solo i banchieri che affollano i sushi bar di Moorgate con i completi di Savile Row, né la sola classe operaia della costa est che ha votato in massa per il Leave. Secondo Matthew Hancock, ministro per Cultura e Digitale del governo May, anche gli hipster dovranno contribuire. Nel suo primo discorso programmatico, infatti, Hancock ha detto che “rinascita culturale ed economica vanno di pari passo”. E ha azzardato: “L’hipster è un capitalista”. Uno slogan che svela il lato economico di una non-sottocultura basata su  un’omologante ricerca di unicità e, soprattutto, sul consumismo. Barbe lunghe, gadget Apple, cereal bar e biciclette a scatto fisso hanno sostituito spille, chiodi, teste rasate e mods nella capitale. D’altronde già Douglas McWilliams, autore di “The Flat White Economy”, aveva attribuito alla gioventù che affolla i mercatini vintage la rinascita della capitale dopo la crisi economica del 2008: quartieri come Shoreditch e Bethnal Green sono risorti e in quell’area, tra il 2012 e il 2014, sono nate più imprese che a Manchester e Newcastle. Il settore economico di riferimento di questi millennial, media e digitale, copre l’8 per cento del pil nazionale. Entro il 2025, secondo McWilliams, ne rappresenterà un terzo. Le parole d’ordine di un hipster – che mai ammetterà di fare parte della categoria – sono “autenticità”, “su misura” e “artigianale”. Concetti che si trasformano in acquisti. Elizabeth Nolan Brown, sulla rivista americana Reason, sostiene che “l’hipster mischia un’etica da hippie e consumi da yuppie, atteggiamenti comunitari e pratiche capitaliste”. L’importante, e qui arriva il pragmatismo britannico che si annusa nel discorso di Hancock, è che consumino, producano, facciano girare l’economia.

 

Anche la gentrificazione dei quartieri che vengono rivitalizzati, diventando più costosi, farebbe bene alle città e ai poveri. Il giovane ministro ha forgiato un apposito motto: “Rendi un’area interessante e attrarrai persone interessanti a lavorarci”. Secondo Stuart Butler, del think tank Brookings Institution, quando i professionisti si trasferiscono “sanno come ottenere le cose”: fanno pressione sull’amministrazione per migliorare i servizi, i trasporti, le scuole, il controllo di polizia e i presìdi sanitari. Il costo delle case aumenta, così gli affitti e di conseguenza anche le entrate fiscali, che permettono di costruire case popolari più dignitose, favorendo l’integrazione tra abitanti “storici” e nuovi residenti dei quartieri. Birrifici, negozietti vintage, officine ciclistiche e startup offrono posti di lavoro ai giovani della zona. La sharing economy è nutrita dall’hipsteria collettiva: Uber, Airbnb, Deliveroo, sfamano, ospitano e trasportano i giovani impomatati, offrendo a loro volta posizioni lavorative di facile accesso. Quinoa, barbe più lunghe dei talebani, cappotti del bisnonno, caffè biologico e bici che costano come una Fiat non piacciono a molti, ma potrebbero salvare interi quartieri, e forse anche Londra. E mentre il Guardian e una parte della stampa di sinistra si indignano per la mercificazione dei quartieri, il governo conservatore inglese ha arruolato anche gli hipster per creare ricchezza e posti di lavoro.

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