Il modello anti produttivo del sud Italia deprime l’occupazione e non solo. Lezioni per i Masanielli

La spesa dello stato rappresenta nel mezzogiorno una quota particolarmente rilevante del prodotto interno lordo. Eppure, c’è ancora in Italia un grande equivoco: che i problemi del sud e dei cittadini meridionali possano essere risolti attraverso maggiore spesa pubblica. Ma al sud servono mercato e produttività.
Il modello anti produttivo del sud Italia deprime l’occupazione e non solo. Lezioni per i Masanielli

un vecchia Vespa al Mercato Capo di Palermo (foto Bindalfrodo via Flickr)

Roma. Ogni anno la Ragioneria generale dello stato calcola la cosiddetta “spesa statale regionalizzata”, cioè la spesa dello stato centrale suddivisa per territorio di destinazione, al netto degli interessi sul debito pubblico e della spesa non riconducibile a nessuna regione. I dati variano leggermente di anno in anno, ma gli ultimi disponibili – quelli del 2014 – offrono una fotografia chiara: nelle regioni meridionali e insulari la spesa statale regionalizzata in relazione al prodotto interno lordo regionale varia tra il 16,97 per cento dell’Abruzzo e il 27,19 della Calabria; nelle regioni a Statuto ordinario del centro-nord, si va dal 6,28 per cento della Lombardia al 12,73 dell’Umbria. Insomma, nel 2014 come in ogni altro anno che Dio manda in terra da molti decenni, la spesa dello stato rappresenta nel mezzogiorno una quota particolarmente rilevante del prodotto interno lordo, a cui si aggiungono le spese regionali e locali (che sempre soldi del contribuente italiano sono). Eppure, nonostante questa e altre evidenze, c’è ancora in Italia un grande equivoco: che i problemi del sud e dei cittadini meridionali possano essere risolti attraverso maggiore spesa pubblica. Beninteso, è stato detto e scritto in mille salse, il mezzogiorno soffre senza dubbio di un divario infrastrutturale notevole rispetto al resto del paese – nelle reti di trasporto fisiche come in quelle “immateriali” – e le imprese che operano nelle regioni del sud sopportano tutti i costi di questa distanza. Ma nessuna infrastruttura da sola produrrà ricchezza.

 

Nessun aeroporto o nuova strada creerà di per sé crescita stabile e prosperità diffusa, perché gli elevati costi di gestione e di manutenzione delle grandi opere sono giustificabili solo se c’è una domanda adeguata e stabile di un loro utilizzo. E poi, in termini di sostenibilità politica, finché realizzare un chilometro di ferrovia costerà al sud molto più che al nord, quanto il contribuente “nordico” tollererà i maggiori investimenti? Si possono dare più soldi a chi li utilizza male?

 

La criminalità organizzata esiste ed è radicata, ma non può essere usata per assolvere la classe dirigente dalle proprie responsabilità. In giro per il sud, s’incontrano ottimi amministratori locali, attivisti politici coraggiosi, funzionari eccellenti e imprenditori coraggiosi. Sono però mosche bianche, perché il grosso della rappresentazione politica nel meridione ha finito per essere un coacervo di localismo, sindacalismo rivendicazionista, clientelismo e populismo a buon mercato. I partiti nazionali si sono illusi di poter gestire e contenere i fenomeni politici deteriori del sud, sfruttandoli a proprio vantaggio: da un lato, fanno comodo le caterve di preferenze che troppi personaggi discutibili sono capaci di raccogliere; dall’altro, i Masanielli dello “Stato ci deve dare” o del “No trivelle, ma cozze e freselle” hanno sempre gioco facile. Se si volesse segnare una rottura concreta, al mezzogiorno servirebbe una classe dirigente che rifiuti i vecchi paradigmi e le logiche perverse, e che sia capace di dire ai cittadini la verità e non quello che molti di essi, troppo spesso, vogliono sentirsi dire.

 

Vogliamo una piccola verità? E’ il momento, ad esempio, di trattare il mezzogiorno per quel che è: una macroregione povera. E dunque, se il reddito pro capite del sud è pari al 66 per cento della media nazionale, o al 54 per cento del nord ovest, ha ancora senso parlare di contratto collettivo nazionale? Ed è giusto che un dipendente pubblico di una provincia meridionale abbia lo stesso trattamento economico di un suo collega di Monza? La sostanziale parità delle retribuzioni pubbliche assicura al sud una solida rendita di posizione a scapito dell’economia privata, con un divario ogni giorno più marcato, mentre la finzione del contratto collettivo nazionale di lavoro alimenta l’economia sommersa e il precariato più di quanto accada nel resto d’Italia.

 

Una delle ragioni degli scarsi investimenti produttivi nel sud, oltre ai fattori “ambientali”, è questa stortura del mondo del lavoro: il mezzogiorno è mediamente meno produttivo del resto del paese, ma un investitore non gode investendo nell’area di un costo del lavoro più basso che altrove, come logicamente dovrebbe essere. Secondo i dati Eurostat, nel 2012 il rapporto percentuale tra il costo del lavoro regionale più basso (Calabria) e quello più alto (Lombardia) è pari all’82,3 per cento. In Germania del 62,1 per cento, in Francia del 68,4 per cento, in Spagna del 73,8 per cento. Senza pensare di reintrodurre le antistoriche gabbie salariali del 1945, la migliore soluzione a questo problema è probabilmente consentire che i contratti territoriali e aziendali adeguino le retribuzioni al livello della produttività e del costo della vita di ogni territorio. Una misura che probabilmente faciliterebbe l’emersione del lavoro nero, limiterebbe quello “grigio” e creerebbe le premesse per una maggiore attrattività degli investimenti nel sud. Ma – tornando al fondo della questione politica – c’è chi ha il coraggio di dire agli italiani del sud come davvero stanno le cose?

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