“Viviamo in un paradiso”, ma lo dimentichiamo. Delong e Serres, la riscossa (liberal) contro il piagnisteo pessimista

Le tendenze profonde che hanno alimentato la crescita dalla fine della Seconda guerra mondiale sono ancora lì, dice il professore di Economia all’Università della California a Berkeley.
“Viviamo in un paradiso”, ma lo dimentichiamo. Delong e Serres, la riscossa (liberal) contro il piagnisteo pessimista

"L'età dell'ro" di Henri-Frederic Schopin

Roma. “Ecco il titolo che manca sempre sui nostri media: ‘Il capitalismo ha funzionato bene ancora per un altro giorno e perciò la maggior parte delle persone nel mondo sta un po’ meglio di ieri’”. Così twittò all’inizio di questa estate Marc Andreessen, ideatore di Mosaic (primo browser di ampia diffusione), cofondatore di Netscape Communications Corporation, oggi investitore seduto nei board di società come Facebook, eBay e Hewlett Packard Enterprise tra le altre. Andreessen, classe 1971, è uno di quei rari guru della Silicon Valley che non si sbraccia per celare le origine capitalistiche del sogno californiano; in nome di ciò in passato ha appoggiato candidati repubblicani liberisti alla Casa Bianca (anche nelle primarie di quest’anno aveva la sua preferita, Carly Fiorina, poi non se l’è sentita di sostenere il vittorioso Donald Trump).

 

L’ing. Andreessen, insomma, sottoscriverebbe senza patemi d’animo le tesi di Johan Norberg, ricercatore svedese del think tank americano Cato Institute, che ha appena dato alle stampe il libro “Progress”, in cui chiede ai pessimisti di fare un passo indietro perché – dati alla mano – “i bei tempi andati sono qui e ora”. L’epoca in cui viviamo è caratterizzata da povertà in ritirata, redditi in aumento, età media e salute in crescita, analfabetismo in estinzione, epidemie e carestie nel dimenticatoio, tutto questo e molto altro documentato con numeri e statistiche che Norberg ha raccontato al Foglio. Spiegando anche quali bias biologici, psicologici, demografici e caratteriali ci impediscono spesso di decifrare quella che lui chiama “una età dell’oro”. Si potrebbe obiettare che sia facile stare seduti nella Silicon Valley, o al Cato Institute, e predicare ottimismo sui frutti dell’economia di mercato. La solita campana liberista (o neoliberista, a seconda dei gusti).

 

Tuttavia non è così. In queste ore anche J. Bradford DeLong, professore di Economia all’Università della California a Berkeley, già consigliere al Tesoro americano ai tempi del democratico Bill Clinton, ha scritto che nonostante questi siano “giorni di profonda disillusione sullo stato del mondo”, “il trend economico invece è dalla nostra parte”. “Se guardiamo alla crescita economica globale non solo degli ultimi cinque anni, ma a quella dei prossimi 30-60 anni, il quadro è molto più positivo. La ragione è semplice – scrive DeLong su Project Syndicate – le tendenze profonde che hanno alimentato la crescita dalla fine della Seconda guerra mondiale sono ancora lì. Un numero crescente di persone sta ottenendo l’accesso a tecnologie nuove e che accrescono la produttività, più persone sono coinvolte in scambi reciprocamente benefici, e la bomba demografica è stata disinnescata”.

 

Delong non nega la virulenza del terrorismo che colpisce anche in occidente ma dice, con un approccio quantitativo che ovviamente può essere criticabile, che non assistiamo più a genocidi come quelli cui ci abituò il XX secolo. “In base al pil pro capite, nel 1980 il mondo era più ricco dell’80 per cento rispetto al 1950; nel 2010, c’è stato un altro aumento dell’80 per cento dal 1980. In altre parole, la nostra ricchezza materiale è triplicata dal 1950”. E questo, precisa Delong, solo per rimanere al benessere quantificabile, tenendo fuori cioè tutto quello che ci rende più facile comunicare, muoverci e curarci. Il pianeta è più ricco e nel complesso anche più egualitario. In conclusione, scrive Delong, “è plausibile che i miei discendenti nel 2075 si guarderanno alle spalle e si accorgeranno con piacere, ancora una volta, che il loro mondo sarà tre volte più ricco del nostro”. Per citare Michel Serres, anche lui fresco di libro in materia, “viviamo in un paradiso”. Parola di filosofo e membro della Académie française, non esattamente il turbocapitalista che t’aspetti.

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