La scuola cattolica di Draghi

Non demonizza la Brexit né i populismi, anche i più sguaiati, ma dice che i progressi nell’integrazione europea devono produrre risultati  tangibili. Perché è una notizia il primo discorso politico del governatore della Bce.
La scuola cattolica di Draghi

Il presidente della Bce Mario Draghi (foto LaPresse)

Di questi tempi è raro leggere un testo politico che abbia un senso. Mario Draghi appartiene a quella che si potrebbe definire la scuola cattolica (è il bellissimo titolo del bel romanzo di Edoardo Albinati, come tutti sanno). Lo dico nel senso migliore del termine. Non so se abbia mai militato in organizzazioni di radice confessionale o cristiana, ed è noto che tra i suoi maestri si annoverano fior di laici, ma bastano la formazione personale e la lunga carriera o milizia amministrativa al vertice dello stato italiano e poi delle istituzioni europee per capire di che si tratti. Con tanti bru bru, urlatori, dementi, primitivi, dilettanti in gara di stupidità e demagogia, il fatto che questo paese abbia fornito alla Banca centrale Draghi, croccante come un croissant, è un gaudioso mistero.

 

 

Non è che si debba sempre dire qualcosa di nuovo in particolare nel corso della cerimonia di ricezione magistrale di un premio intitolato a De Gasperi si è autorizzati a stare sul terreno solido della tradizione culturale e ideologica. Proprio come il celebre “whatever it takes”, la formula che salvò l’euro, il discorso di Draghi è espressione di un europeismo non banale perché utilitaristico. Non demonizza la Brexit né i populismi, anche i più sguaiati, ma dice il governatore della Bce che i progressi nell’integrazione politica della costruzione europea devono produrre risultati diretti e tangibili, e per questo devono essere connotati da una virtù costruttiva molto più rigorosa che nel recente passato e capace di combinare “legittimità ed efficacia”. L’Europa non deve occuparsi di tutto, c’è ampio spazio per l’esercizio della sovranità nazionale, garante del consenso mediato alle istituzioni europee, e non tutto deve risolversi in interventi di ingegneria istituzionale. Questo stanca, allontana, disgusta. E se il fenomeno procede con la mondializzazione in tutto il mondo, e riguarda oggi anche gli Stati Uniti, non è un motivo per sottovalutarlo. Il controllo delle frontiere esterne e le politiche per la crescita e la difesa comune sono quel che abbisogna adesso, non basta la famosa cornice di cooperazione e di pace fra nazioni sovrane che fece dell’Europa a mercato unico, prefigurata dall’opera di De Gasperi e degli altri fondatori, un capolavoro di cooperazione intragovernativa e sopranazionale.

 

Obiettivo dell’europeismo, quello dei grandi successi, quello che è entrato in crisi, come Draghi apertamente riconosce, era una società aperta di natura liberale, cosa difficile da realizzare in regime di democrazia nazionale, come dimostra bene la storia del Novecento continentale. Ma queste libertà furono rese possibili e credibili dalla teoria di successi che accompagnò la nascita dell’Europa comunitaria e poi dell’Unione. E qui devono intervenire “in primo luogo” i governi nazionali. Sarà un euroburocrate, Draghi, ma essendo di scuola cattolica sa dove finisce l’amministrazione, dove comincia la politica, dove il popolo è sovrano anche per sradicare il populismo. Whatever it takes.

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