Una nuova agenda per l'Italia

Il tabù della produttività, le tasse tra promesse e bolle mediatiche, il nanismo e le paure delle aziende, la cultura del fallimento che manca. Boccia (Confindustria), Nannicini, Giavazzi e Gallia (Cdp) dialogano col Foglio.
Una nuova agenda per l'Italia

Vincenzo Boccia, Tommaso Nannicini e Claudio Cerasa al convegno di lunedì (foto LaPresse)

Roma. L’apertura della stagione di dibattiti del Foglio al Teatro Eliseo si è aperta lunedì con il convegno “Crescita e innovazione, una nuova agenda per il futuro dell’Italia”, una discussione tra personalità dell’establishment politico-economico nazionale su “come riuscire a diventare competitivo in politica industriale, innovazione, banda larga, fisco e investimenti?”. Stimolati dalle domande del direttore Claudio Cerasa, hanno interagito sul palco Vincenzo Boccia (presidente di Confindustria), Tommaso Nannicini (sottosegretario alla presidenza del Consiglio), Fabio Gallia (amministratore delegato di Cassa depositi e prestiti) e Francesco Giavazzi (professore ordinario di Economia politica all’Università Bocconi di Milano).

 

L’Italia e l’Europa tutta si trovano sul crinale di due referendum critici per la stabilità europea, quello ormai passato sulla Brexit e il prossimo referendum costituzionale italiano al quale il governo Renzi ha legato il suo destino. Quanto all’Europa, l’integrità della moneta unica non è più un asset che si può dare per scontato e garantito. La fine dell’euro? “Per quanto non auspicabile né al momento ipotizzabile non dobbiamo dare per scontato che non succeda”, ha detto Boccia; lo scenario “è scongiurabile” solo “se l’Europa batte un colpo”, per usare le parole di Nannicini. Tutti i partecipanti si sono trovati d’accordo nel dire che in un contesto europeo fattosi più fragile, è auspicabile una vittoria del “sì” nella consultazione italiana. I pareri positivi dell’industriale Boccia e dell’economista Giavazzi sul referendum erano già noti, quello di Nannicini era scontato; a motivare per la prima volta il suo “sì” è stato Gallia della Cdp: “Se vince il ‘sì’ al referendum, l’Italia, posto che le riforme proseguano, può rappresentare una storia molto credibile per i mercati”.

 

Al di là dei voli sui cieli di Bruxelles, l’agenda per l’Italia deve guardare anche all’interno dei confini nazionali perché i problemi di fondo sono atavici e spesso irrisolti. Ha ricordato Giavazzi che ancora quarant’anni fa, sempre al Teatro Eliseo di Roma, fu Eugenio Peggio, economista del Pci, a dire che era essenziale legare l’aumento dei salari alla produttività. Che ne sarà degli sgravi sulla produttività nella legge di Stabilità? Nannicini l’ha presa larga: “In questo momento, il numero che dà più ottimismo è quello che viene dal mercato del lavoro con l’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato”. “Mi capita di vedere sofisticate analisi sui giornali per dire che la produttività ristagna – ha continuato Nannicini, economista dell’università Bocconi oggi in aspettativa –  ma avere idee che invertono questo trend non è banale: se il super ammortamento al 140 per cento per investimenti sui beni strumentali è troppo poco, cosa dovremmo fare, arrivare al 1.000 per cento e poi anche le tessere dei macchinari come le tessere per il pane?! Non si può avere una sola misura che fa da volano”. In manovra, ha assicurato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, ci sarà la riduzione dell’Ires per le imprese. Che fine ha fatto lo sgravio dell’Irpef che pure era stato ipotizzato? “A volte ci sono bolle mediatiche che si gonfiano e che è difficile contrastare”, replica Nannicini. Ci saranno gli sgravi sul salario di produttività, anche se un’intesa tra industriali e sindacati non c’è ancora. Per Boccia, il contratto di secondo livello (o aziendale) è “fondamentale”, specie “in un momento in cui le medie di settore non dicono più molto” sullo stato di salute delle imprese. 

 

Secondo Giavazzi, la mancata crescita della produttività del lavoro e la scarsità di investimenti nascono nel ben noto nanismo delle imprese italiane (“un problema vecchio come il cucco”), per cui in Italia un occupato su due lavora in un’azienda con meno di dieci dipendenti e con meno di 20 mila euro di fatturato – in Francia le “piccole” fatturano il doppio. “Se queste imprese non crescono – ha detto Giavazzi – non investono, perciò non innovano e quindi la produttività non cresce”. Boccia, a chi critica i suoi colleghi sparagnini, ha detto: “Ma se gli imprenditori non investono è perché vivono una situazione di ansia o perché si fanno male da soli?”. Sottinteso: è l’ecosistema italiano che li frena.

 

La scarsa capacità di finanziarsi con strumenti di mercato emancipandosi dal credito bancario – visto che il 90 per cento dei finanziamenti passa dalle banche a fronte del 30 per cento negli Stati Uniti – è complice del nanismo delle aziende, ha aggiunto Gallia. Per il numero uno della Cdp. “soprattutto le medie devono essere più aperte al mercato mentre per quelle troppo piccole la quotazione non è una soluzione”. Ma allora è corretto dire che le imprese finora non hanno fatto abbastanza per crescere e migliorare? Giavazzi pungola la Confindustria: “Abbiamo una regolamentazione pesante e scarsa concorrenza e io non ho visto nessuno da Confindustria stracciarsi le vesti e scendere in piazza quando la legge sulla Concorrenza è stata smembrata dal Parlamento”. “Ma una liberalizzazione urgente sarebbe quella del trasporto pubblico – ha replicato Boccia – non solo taxi e farmacie: se liberalizzazione deve essere deve essere inserita in un piano organico con una coerente distribuzione di risorse”, ha replicato il presidente di Confindustria attento a mutare l’immagine di un sindacato degli imprenditori spesso accusati di essere “prenditori”. “Non siamo per i sussidi – ha detto Boccia – ma per avere un paese competitivo dobbiamo però decidere su quale industria puntiamo”. Da intendersi come “fattori da mettere in gioco e non nel senso di quali settori scegliere”, ha precisato per non essere ammonito ancora da Giavazzi che subodorava un istinto dirigista (“le imprese devono decidere dove investire, non il governo”). Al fondo restano i tabù come quello del fallimento. In America si fallisce e si riparte senza patemi, in Italia “è socialmente e culturalmente diverso e non c’è un mercato che permette di ripartire facilmente”, ha detto Gallia che per Ilva – la crisi delle crisi industriali in aggravamento dal 2012 – sostiene di attendersi una soluzione entro la fine dell’anno.

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