I danni del partito della chiusura

Perché il protezionismo rischia di allungare la crisi, non di guarirla – di Claudio Cerasa

I danni del partito della chiusura

Un segno di protesta contro il Ttip (foto LaPresse)

Il manifesto trasversale contro il neoprotezionismo pubblicato oggi in anteprima dal Foglio (protezionismonograzie@ilfoglio.it) nasce da una buona idea della Adam Smith Society per rispondere a un problema molto diffuso che rischia di bloccare come una gigantesca catena le piccole e grandi economie mondiali, tenute progressivamente in ostaggio, in tutto il mondo, da un establishment in ritirata, incapace di difendere con fierezza, di fronte ai forconi avvelenati dell’opinione pubblica anti sistema, i princìpi basilari del libero mercato. Le spinte protezionistiche, contro le quali sono indirizzate le firme dell’appello che trovate in questa pagina, hanno origini diverse l’una dall’altra ma alla fine rispondono tutte a un unico e lineare principio suicida: risolvere i problemi che esistono nel sistema della globalizzazione non migliorando la globalizzazione ma provando semplicemente a superarla attraverso una iniezione letale di chiusure economiche, che come notato due giorni fa dal Fondo monetario internazionale rischiano di aggravare il rallentamento della crescita degli scambi internazionali (scambi che solo nell’ultimo anno, fonte Fmi, sono aumentati appena del tre per cento, meno della metà rispetto ai due decenni precedenti alla crisi).

 

La morte quasi certa del trattato di libero scambio tra Europa e Stati Uniti (Ttip) è solo la spia di un fenomeno molto più grande e molto più radicato – che passa dall’ascesa di Trump, tocca l’uscita del Regno Unito dall’Europa, arriva fino all’affermazione delle forze sovraniste in tutta Europa, Grillo compreso, ma riguarda anche la classe dirigente dei paesi più potenti del mondo – che è stato ben fotografato negli ultimi giorni da uno studio sul commercio internazionale realizzato dal Global Trade Alert (di cui ha dato conto mercoledì il Corriere) che verrà discusso il 4 e il 5 settembre al G20 in Cina. Sintesi della ricerca: la crisi economico-finanziaria ha portato i più grandi paesi del mondo ad adottare misure protezionistiche e solo tra il primo gennaio del 2016 e il 19 agosto 2016 i paesi del G20, tra limiti alla partecipazione estera degli appalti, aiuti di stato, difese del commercio, tariffe all’importazione, hanno adottato 340 misure che discriminano gli interessi commerciali dei paesi esteri (più del quadruplo di quel che successe nel 2009 nello stesso lasso di tempo).

 

“Le economie del pianeta – ha detto lunedì Agustín Carstens, tosto e combattivo banchiere centrale del Messico – stanno diventando più protezioniste sotto la pressione del calo della crescita e dei profitti delle industrie e la miscela di più nazionalismo e più protezionismo  rischia di farci tornare a una situazione che il mondo non ha più vissuto dagli anni Trenta. E così, come accadde allora, si rischia di allungare e rendere più profonda la crisi, non di fermarla”. Il manifesto contro il protezionismo nasce anche per questo. Per difendere il libero scambio e combattere con un dibattito aperto i pregiudizi che spingono le nostre classi dirigenti a chiudersi ogni giorno di più. Protezionismo, no grazie. E giù le mani dalla globalizzazione.

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