Concorrenza pervertita

Perché sulle tasse di Apple la Commissione europea è troppo hungry e troppo foolish.
Concorrenza pervertita

Tim Cook, l'amministratore delegato di Apple (foto LaPresse)

Fino a 13 miliardi di tasse arretrate, una botta considerevole anche per un’azienda che dispone di oltre 200 miliardi di liquidità: è questo il conto approntato dalla Commissione al termine di un’indagine triennale sugli accordi tra l’azienda californiana e il governo irlandese. Steve Jobs sbarcò in Europa nel 1980 e decise di piazzarsi a Cork: dal punto di vista industriale, era come addentrarsi nella tundra in bermuda: disoccupazione galoppante e nessun investimento in vista. Cominciò con sessanta dipendenti: oggi sono sei mila in tutta l’Irlanda. Già, ma perché scegliere l’Irlanda? E perché rimanerci? Le politiche fiscali di Dublino non hanno guastato: l’aliquota del 12,5 per cento per le imposte sul reddito d’impresa, certo, ma anche la disponibilità a venire incontro alle esigenze delle imprese.

 

Oggi circa settecento aziende americane dispongono di filiali nel paese – danno lavoro a centoquaranta mila persone. Non male per un paese piccolo, tradizionalmente povero e lontano dal centro di gravità delle rotte finanziarie internazionali. Oggi la Commissione impone al governo di Dublino di farsi restituire quei presunti favori fiscali. Piccolo problema: gli irlandesi non ne vogliono sapere e hanno già annunciato che intendono appellare la decisione. Ora, non capita tutti i giorni di rinviare al mittente un assegno da 13 miliardi di euro: cos’hanno capito gli irlandesi, che ha Bruxelles non hanno capito? Probabilmente che incassare quei 13 miliardi oggi condannerebbe l’economia nazionale a un drastico ridimensionamento. Il colpo di scena, però, è che anche a Bruxelles l’hanno capito benissimo.

 

Il provvedimento di martedì è l’ultimo in una serie di interventi con un bersaglio evidente: l’idea stessa di una concorrenza fiscale all’interno dell’Unione. Una spia testuale lo rivela: “L’ammontare delle tasse non pagate che le autorità irlandesi dovranno recuperare”, si legge nella decisione, “potrà essere ridotto se altri paesi dovessero chiedere ad Apple di pagare maggiori imposte […] sulla base delle informazioni rivelate dall’indagine della Commissione”; come hanno dichiarato da Apple, “alla Commissione non interessa quante tasse paga Apple, ma piuttosto quai sono i governi che le intascano”. Ora capiamo meglio le ragioni irlandesi – e le ragioni opposte dei paesi a più alta tassazione, che mirano al piatto ricco di Dublino. La morale dovrebbe essere chiara: limitando la capacità dei paesi più dinamici di attrarre investimenti internazionali, i pachidermi welfaristici della vecchia Europa contano di eliminare ogni vincolo alle proprie pretese tributarie. L’obiettivo finale è quello di neutralizzare l’impatto fiscale delle decisioni di stabilimento delle imprese. Un piano che sembra avviato a sicuro successo.

 

 

I casi precedenti e i deliri d’onnipotenza

 

La protagonista della vicenda è il commissario alla Concorrenza Vestager, che, in mancanza (per ora) di competenze dirette dell’esecutivo europeo nel campo della tassazione d’impresa, s’è intestata la battaglia imboccando la scorciatoia del diritto della concorrenza – e della disciplina sugli aiuti di stato, in particolare. Ne hanno fatto le spese – con Apple – Amazon, Starbucks, FCA: e possiamo con fiducia ipotizzare che l’elenco sia destinato ad allungarsi. La versatilità della Vestager non è solo una minaccia al riparto delle competenze tra le istituzione comunitarie e gli stati membri – i suoi pochi critici hanno spesso invocato, in questi giorni, la nozione un po’ polverosa di sovranità – ma anche un imperdonabile perversione dello stesso diritto della concorrenza.

 

Se l’idea fondante della regolazione dei mercati è il benessere dei consumatori, com’è possibile sostenere che un maggior carico fiscale su un’azienda come Apple l’avrebbe favorito? Si scontrano qui due visioni: l’idea che le imprese siano maialini di porcellana che le autorità fiscali possono frantumare alla bisogna e quella che, invece, le riconosce come motore di crescita e innovazione. Ma c’è anche un punto più tecnico che la Commissione tende a eludere: se gli accordi fiscali sono così diffusi, non viene forse meno l’idea di un trattamento preferenziale e, dunque, di un aiuto di stato? Paradossalmente, la Commissione sembra aver fatto proprio il noto auspicio di Steve Jobs: “Stay hungry, stay foolish”. Ma ci ha messo troppa enfasi: se sull’appetito (fiscale) dei soci di maggioranza dell’Unione non è lecito nutrire dubbi, la folle quantificazione della richiesta ha sorpreso anche i più ferventi sostenitori dell’armonizzazione tributaria. Un delirio d’onnipotenza che, auspicabilmente, gli appelli convergenti di Apple e dell’Irlanda potranno disinnescare.

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