Lo spettro protezionista dietro Bruxelles vs. Apple

La stangata da 13 miliardi che la Commissione ha comminato contro  la Mela è un colpo alla Silicon Valley ma anche un tentativo di fiaccare  la resistenza fiscale dell’Irlanda. La lezione non appresa dall’Europa
Lo spettro protezionista dietro Bruxelles vs. Apple

Tim Cook (foto LaPresse)

Roma. Con i 13 miliardi di euro di tasse  che la Commissione europea vuole che Apple versi all’Irlanda, il governo di Dublino potrebbe pagare un anno intero di spesa sanitaria nazionale, che ammonta giusto a 12,9 miliardi. Potrebbe ridurre di quasi un terzo le tasse ai suoi cittadini, o potrebbe distribuire 2.830 euro a tutti i 4,6 milioni di irlandesi, neonati compresi. Se poi si conta che a questi 13 miliardi dovranno essere aggiunti gli interessi, e che JP Morgan ha stimato che nel peggiore dei casi Apple dovrà pagare ben 19 miliardi, la quantità di soldi da distribuire aumenta considerevolmente. La Commissione Ue ha giudicato ieri che il governo irlandese avrebbe concesso ad Apple un trattamento fiscale così vantaggioso da costituire aiuto di stato illegale, e ha ordinato a Dublino di ottenere la restituzione delle presunte tasse non versate – 13 miliardi più interessi, appunto. Apple, che in Irlanda ha la sua sede europea, tra il 2003 e il 2014 avrebbe versato tra l’uno e lo 0,005 per cento di tasse sui profitti. Una cifra ridicola, uno scandalo, dicono da Bruxelles. Niente affatto, rispondono da Dublino. Nonostante la montagna di euro che potrebbe arrivare nelle casse dello stato, il ministro delle Finanze irlandese Michael Noonan ha detto che farà appello contro la decisione Ue. Non solo: il governo di Dublino ha già sborsato 670 mila euro in spese legali proprio per evitare il megabonifico di Apple. Sembra una follia. Quale governo al mondo non vorrebbe 13 miliardi di euro? La risposta è in un altro numero: 26,3.

 

E’ la cifra percentuale a cui il pil dell’Irlanda è cresciuto nel 2015 (frutto, certo, di alcune distorsioni contabili-statistiche che però non cambiano il succo della vicenda), cifra attorniata da una lunga serie di altri indicatori economici stellari. La rinascita dell’Irlanda è una success story del Vecchio continente, e la sua dinamicità economica è data soprattutto dalle grandi multinazionali americane del tech che accorrono sul Silicon Dock di Dublino attratte anche dall’aliquota del 12,5 per cento dell’imposta sulle società e da accordi fiscali vantaggiosi come quello riservato ad Apple. Nonostante le rassicurazioni del ceo Tim Cook, che ieri ha detto che la società resta “committed” con l’Irlanda, Dublino teme che la stangata Ue ad Apple possa costituire un “danno di reputazione” tale da spaventare gli investitori stranieri e mettere in pericolo la ripresa. Ma c’è di più, perché l’entità della penalità applicata contro Apple dalla commissaria alla Concorrenza Margrethe Vestager è tale da costituire un salto di qualità. Gli analisti si aspettavano una multa di qualche centinaio di milioni di euro: 13 miliardi sono invece una somma così enorme da costituire una dichiarazione di guerra. Guerra, la solita, alla Silicon Valley, che puzza di protezionismo e antiamericanismo tanto che il Tesoro di Washington ha dichiarato ieri che gli investimenti nell’Ue sono a rischio. L’olezzo aumenta se si pensa che proprio in questi giorni una parte dei leader Ue sta abbattendo ogni speranza di concludere il Ttip, l’accordo commerciale di libero scambio tra America ed Europa. Ma guerra, forse, anche contro l’Irlanda e la sua resistenza fiscale.

 

A Dublino ora si teme che con questa mossa esemplare la Commissione voglia affossare la strategia fiscale irlandese, che ha reso l’economia fiorente ma che per gran parte dell’establishment europeo è “concorrenza sleale”. Gli irlandesi avevano già difeso le loro aliquote al tempo del bailout, quando, fedeli esecutori delle ricette della Troika, contravvenirono alla sola richiesta di alzare le tasse alle imprese. La storia oggi sembra ripetersi, ma l’attacco dell’Europa questa volta mette in gioco un principio fondante dell’Unione, quello della concorrenza fiscale tra i paesi membri, ideato come pungolo per ridurre la spesa pubblica e conquistare investimenti stranieri. L’Irlanda di questa concorrenza si è avvantaggiata, e invece che usare le indagini antitrust contro Dublino, molti a Bruxelles potrebbero prendere esempio dalla lezione celtica.

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