Il pil non vive alla giornata. Così il governo può fare meno e meglio

Inseguire la chimera dello zero virgola di crescita non porta da nessuna parte, tanto profondi sono i mali del nostro paese, dal punto di vista economico, finanziario e politico. Che fare? Più tasse sui consumi, meno sul reddito da lavoro. E sferzare gli investimenti con più mercato dei capitali e liberalizzazioni.
Il pil non vive alla giornata. Così il governo può fare meno e meglio

Immagini di lavorazioni industriali di metalli: il taglio di una lastra (foto LaPresse)

Che fare?”, ma anche da “dove cominciare?”. Probabilmente da un esercizio di onestà intellettuale, riconoscere che inseguire ogni tre mesi la chimera dello zero virgola di crescita non porta da nessuna parte, tanto profondi sono i mali del nostro paese, dal punto di vista economico, finanziario e politico. Solo in Italia (e in Zimbabwe, ma non in Corea del nord) il pil rimane così drammaticamente lontano dai livelli precedenti la crisi; serviranno anni di lotte ai privilegi e di sforzi ulteriori per recuperare, quindi meglio non perdere tempo prezioso nel cercare di vedere segnali di ripres(in)a ogni trimestre, che vengono poi puntualmente disattesi. Salvo scaricare la responsabilità sulle spalle di qualcun altro, le regole europee del Fiscal compact sui conti pubblici e quelle del bail-in sul salvataggio delle banche, oppure gli sprovveduti elettori della Brexit.

 

Il corollario è dedicare tutte le energie del governo al recupero della produttività e spiegare a tutti gli stakeholder, dagli elettori alla Commissione, che non ci potrà mai essere crescita rapida e duratura senza investimenti, anche pubblici. La lista delle cose da fare allora resta lunga, ma quantomeno mirata. L’onere della tassazione deve concentrarsi sui consumi e sui cespiti immobiliari, e in questo aiuta la revisione delle rendite catastali, senza passi indietro di fronte ai ricorsi di chi vede svanire il privilegio di valutazioni vetuste sotto i valori di mercato. Agirebbe nello stesso senso un’ulteriore riduzione del cuneo fiscale gravante sul lavoro dipendente.

 

Nulla da eccepire su nuove regole, come quelle per gli appalti pubblici, senza però che ciò che si guadagna in termini di trasparenza si perde sul lato della prevedibilità se si procede a rilento nel definire le norma di attuazione. Soprattutto perché senza chiarezza è impossibile che si materializzino gli investimenti in infrastrutture immateriali, a lungo differiti. Attenzione a spingere troppo sul lato degli incentivi, le ricerche di Nomisma mostrano che la situazione di cassa del Mittelstand italiano è solida, per chi sa come investire il problema non è tanto di costi quanto di opportunità e di fattori abilitanti. I progressi tangibili sul fronte europeo hanno creato un mercato dei capitali più aperto, cui aziende che non emettono ancora capitale di rischio e obbligazioni possono accedere in teoria, se non lo fanno in pratica bisogna capire quali sono le cause strutturali, soprattutto se l’industria italiana della finanza ha saputo scrollarsi di dosso la residua patina del capitalismo di relazione.

 

 E allora la legge (teoricamente) annuale sulla Concorrenza sarebbe lo strumento principe per dare priorità alle riforme di struttura, indispensabili per rilanciare l’attività d’impresa attraverso innovazione e investimento. Sfortunatamente quello faticosamente licenziato a inizio mese dalla commissione Industria del Senato è un testo, peraltro non ancora definitivo che disattende il suo ruolo, e non soltanto perché dopo tanto tempo ha perso ogni organicità. Addirittura, come ha sottolineato l’Istituto Bruno Leoni, alcuni singoli provvedimenti restringono l’ambito della concorrenza ed è inquietante che siano proprio quelli che regolano la sharing economy – speriamo che nessuno abbia detto a Tim Cook che in Italia non funziona Uber Pop, altrimenti altro che investimenti Apple a Napoli!

 

Vale la pena poi notare come non siano previsti nel medio periodo particolari interventi per riformare mercati come quelli dei carburanti, del trasporto ferroviario (dove comunque l’Italia può almeno fregiarsi del fatto di essere l’unico paese con la concorrenza nell’alta velocità) e dei servizi postali che sono ancora relativamente protetti. Anche sulla vendita di medicinali da banco, non è chiaro se l’apertura del capitale delle farmacie sia una vera liberalizzazione.

 

Di questi tempi, nel trentennale della sua scomparsa, va di moda citare Altiero Spinelli, che come pochi aveva chiaro il legame tra progetto europeo, promozione del benessere e libera concorrenza. Un altro anniversario quest’anno è quello delle lenzuolate, e fa una certa impressione constatare che da allora non c’è stato nessun tentativo equivalente di dare coerenza alle liberalizzazioni.

 

Andrea Goldstein è Managing Director Nomisma

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