Come passare dalla diagnosi dell’inverno demografico a una possibile cura

Ritardi colpevoli, rapporti insabbiati e misure possibili: dal fisco alle politiche abitative, ma prima la consapevolezza.
Come passare dalla diagnosi dell’inverno demografico a una possibile cura

la contabilità del primo trimestre del 2016 mostra un 3 per cento di nati in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015

"Ormai il tempo della diagnosi è finito. Oggi sappiamo tutto sulle problematiche legate al cambiamento della popolazione, all’inverno demografico, agli scenari (economici, sociali, culturali, politici, eccetera) che si prospettano per il futuro. Può un paese ignorare le implicazioni e le dimensioni delle variazioni demografiche? Possono politici, programmatori, responsabili della cosa pubblica in genere, continuare a considerare la popolazione come una variabile naturale, di cui è bene tenere conto, ma sulla quale è impossibile intervenire? E gli individui, le coppie, le famiglie, che con il loro personale comportamento determinano la dinamica demografica del paese, debbono forse rimanere all’oscuro delle conseguenze che le loro scelte – moltiplicate per milioni di volte – hanno sulla collettività nazionale?”. Era il lontano 1980, quando un organo ufficiale del governo italiano – il Comitato nazionale per i problemi della popolazione – sollevava queste domande nella premessa al primo (e tuttora unico di fonte governativa) “Rapporto sulla popolazione in Italia”. Imperava allora la Prima Repubblica e il ruolo di Matteo Renzi, all’epoca in età pre-scolare, era svolto da Francesco Cossiga, chiamato a governare un paese in cui nascevano circa 650 mila bambini: 171 mila in più rispetto a quanti ne vengono al mondo oggigiorno. In quell’anno, il saldo naturale era positivo – più nati che morti – per 98 mila unità (nel 2015 è stato negativo per 162 mila) e la popolazione italiana cresceva di 91 mila residenti (mentre è scesa di 130 mila nel 2015).

 

 

Da allora sono passati quasi quarant’anni e anche la demografia è entrata nella Seconda Repubblica, senza nuovi rapporti governativi che si spingessero a segnalarne il malessere e soprattutto senza alcuna efficace mossa per contrastare le cause alla base del progressivo calo della fecondità degli italiani. Non sorprende dunque che la frequenza annua di nascite, già scesa sotto 600 mila dalla metà degli anni 80, abbia perso altro terreno e, dopo aver oscillato attorno a 550 mila sino alla fine del XX secolo, abbia sfondato nel 2015 il muro del mezzo milione di neonati (486 mila), stabilendo un minimo mai raggiunto in oltre 150 anni di unità nazionale. Con l’impressione, per altro, di non essere ancora arrivati al fondo di questa corsa al ribasso: la contabilità del primo trimestre del 2016 – unico periodo tuttora coperto da dati ufficiali – mostra infatti un 3 per cento di nati in meno rispetto allo stesso trimestre del 2015, il che preannuncia un ipotetico nuovo minimo di 471 mila nascite su base annua. Eppure, stante la consapevolezza che qualsiasi azione a supporto della natalità debba necessariamente – piaccia o meno – fare perno sulla famiglia non mancherebbero idee e strumenti con cui – riprendendo le parole del card. Ruini che accompagnano il recente volume Cei sul cambiamento demografico – “far entrare, finalmente e sul serio, la questione demografica nell’agenda politica”.

 

In proposito, esiste un documento tanto utile e interessante quanto inspiegabilmente occultato nei meandri della politica di casa nostra. E’ un testo di 40 pagine – predisposto e democraticamente condiviso durante l’ultimo governo Berlusconi e quindi approvato già nel 2012 dall’esecutivo a guida Monti – in cui si cerca di rispondere “all’urgente necessità di un quadro organico e di medio termine delle politiche familiari in Italia” prospettando una serie di misure che vorrebbero restituire alle coppie e alle famiglie con figli l’opportunità di realizzare i loro progetti di sviluppo e formazione del capitale umano. Progetti che spesso vengono rinviati, sino ad annullarsi, per effetto delle numerose difficoltà che si incontrano senza gli adeguati aiuti per fronteggiarle. Stiamo parlando del Piano nazionale per la famiglia, una sorta di ricetta nella quale sono scritte le “medicine” che aiuterebbero la demografia italiana a riprendersi da un malessere che dura ormai da alcuni decenni. Vi si prescrivono, tra l’altro, misure di equità fiscale ed economica (e la Francia insegna come sia vincente sul fronte del supporto alla natalità la presenza di un fisco “amico” della famiglia); si propongono interventi di politica abitativa, con un target mirato alle giovani coppie; si identificano norme, servizi e strutture per le attività di sostegno alla cura dei figli e per la conciliazione di maternità e lavoro, tutti campi di azione la cui efficacia trova eloquente riscontro nei livelli di fecondità decisamente più elevati e meno critici che si osservano in corrispondenza di quei paesi nordeuropei con un sistema di welfare attento ai bisogni delle coppie che intendono vivere la genitorialità, anche con più figli, senza condizionamenti e rinunce.

 

Ormai il tempo della diagnosi è finito. Oggi sappiamo tutto sulle problematiche legate al cambiamento della popolazione, all’inverno demografico, agli scenari (economici, sociali, culturali, politici, eccetera) che si prospettano per il futuro. E’ necessario avviare la terapia. Facciamolo anche guardando altrove e confrontando i farmaci, ma diamo corso a una qualche forma di cura. In tal senso, il Piano per la famiglia offre una prospettiva da cui muovere. Certo non è né unica, né perfetta, ma è uno spunto per partire. Va bene anche quarant’anni dopo, pur di farlo “finalmente e sul serio”.

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