Perché le tensioni politiche tra Pechino e i paesi vicini influenzano gli investimenti diretti in Cina

“La Cina è un player troppo importante per essere ignorato in termini di business. Allo stesso tempo, però, il Giappone non vuole diventare troppo dipendente dalla Cina”, dice Peter Tasker. E per Zhixing Zhang, “le tensioni politiche tra Cina e Giappone sono un catalizzatore”, ma ci sono anche ragioni legate all'evoluzione dell'economia di Pechino.
Perché le tensioni politiche tra Pechino e i paesi vicini influenzano gli investimenti diretti in Cina

Il ministro delle Finanze giapponese, Taro Aso, incontra il suo omologo cinese Lou Jiwei, al G20 dei ministri delle Finanze che si è tenuto a fine luglio a Chengdu, in Cina (foto LaPresse)

La guerra dei minimarket, l’ha definita il Nikkei. E’ quella tra Tokyo e Pechino per aggiudicarsi il mercato dei negozietti in Cina, quelle attività commerciali che vendono a prezzi vantaggiosi soprattutto prodotti alimentari pronti, sigarette e generi di prima necessità, utili per servire anche le zone più lontane dai centri abitati. In Giappone i kombini (i minimarket, appunto) sono diventati una specie di ossessione dai tratti tipicamente nipponici, aperti 24 ore su 24 e accessoriati con alta tecnologia e servizi di ogni tipo, dalla fotocopiatrice alla macchina del gelato. Ma il mercato giapponese è ormai saturo (55 mila negozi in tutto il paese, settemila solo a Tokyo), e le grandi catene vorrebbero buttarsi su quello cinese: è il caso di 7-Eleven, Lawson e FamilyMart che stanno annunciando nuove aperture in Cina, ma i numeri sono niente in confronto al numero di aziende cinesi che da anni applicano il modello kombini in tutto il paese. “La 7-Eleven ha espanso il suo mercato in America, Thailandia, Hong Kong, Taiwan. Per loro è naturale farlo anche in Cina”, dice al Foglio Peter Tasker, economista e contributor della Nikkei Asian Review, “ma questo non vuol dire che la situazione non sia particolarmente complessa e delicata. La Cina è un player troppo importante per essere ignorato in termini di business. Allo stesso tempo, però, il Giappone non vuole diventare troppo dipendente dalla Cina”. Gli investimenti giapponesi nel paese del Dragone sono diminuiti nel 2015 di 3 miliardi di dollari, un catastrofico -25,9 per cento rispetto all’anno precedente. Secondo una fonte degli affari economici del ministero degli Esteri di Tokyo, che preferisce restare anonima, a influenzare il numero di investimenti “non c’è solo la situazione politica, ma anche l’aumento del costo del lavoro e il rallentamento dell’economia cinese. Il fatto è che da sempre in Cina si gioca con un alto rischio politico, una situazione che c’era anche prima dei dissidi tra Tokyo e Pechino, e molte aziende giapponesi erano preparate a una situazione instabile”.


Si chiama la strategia del “China Plus One”, che risale al 2000, quando molte compagnie nipponiche iniziarono a ridurre il rischio cinese investendo in altri paesi asiatici. “Per avere successo nel mercato cinese, una grande azienda straniera deve avere un’approvazione politica di alto livello”, spiega Tasker, “per lungo tempo tra Tokyo e Pechino c’è stato un tacito accordo per separare il business dalla politica. Ma i boicottaggi del 2012 (quando la crisi delle isole Senkaku è arrivata ai suoi massimi livelli, ndr) hanno spinto le aziende giapponesi a essere più caute, evitando un eccesso di investimenti diretti in Cina ed espandendo la propria presenza in altri paesi asiatici. Mettendo insieme Indonesia, Filippine, Thailandia, Myanmar, Vietnam, Malesia, Taiwan si ha un mercato enorme, potenzialmente quanto quello indiano”. D’accordo con Tasker è Zhixing Zhang, analista del sud est asiatico di Stratfor, che dice al Foglio: “Nonostante il desiderio di cercare opportunità all’estero, gli investimenti giapponesi in Cina continuano a mostrare una tendenza al ribasso. Le tensioni politiche tra Cina e Giappone sono un catalizzatore, ma un fattore importante potrebbe anche essere il panorama degli investimenti che sta cambiando in Cina”. Per Zhixing Zhang, “l’economia cinese da tempo si sta spostando da un’economia orientata all’export a un’economia che si focalizza sui consumi interni, e le aziende giapponesi – specialmente quelle automobilistiche ed elettroniche – possono trovarsi di fronte a una concorrenza più forte. D’altra parte, anche la Cina ha bisogno di investimenti stranieri di qualità, e qualche azienda nipponica potrebbe considerarla come una grossa opportunità”.
I ministri degli Esteri di Cina, Giappone e Corea del sud si vedranno questa sera a cena, a Tokyo, e domani inizieranno i colloqui che per tre anni erano stati interrotti e lo scorso anno erano ricominciati in un clima gelido. Wang Yi, Fumio Kishida e Yun Byung-se prepareranno l’incontro tra i leader dei rispettivi paesi, in vista del G20 del prossimo 4 settembre a Hangzhou, in Cina. Le tensioni, tra i tre, non accennano a diminuire. 

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi