La sinistra ha un problema di crescita

Il riformista Renzi, il socialista Hollande, il radicale Tsipras,  finora in Europa nessun governo progressista ha risolto i problemi economici. Quel problema irrisolto col mercato e il modello Muscat.
La sinistra ha un problema di crescita

Alexis Tsipras con Matteo Renzi (foto LaPresse)

Roma. Recessione, disoccupazione, aumento della pressione fiscale, contenimento della spesa pubblica, riforme del lavoro, delle pensioni e del welfare state. Questo lungo periodo di sacrifici, politiche di “austerity” e crisi economica sembrava dover necessariamente portare all’affermazione dei partiti progressisti e invece, vuoi per il logoramento della coabitazione nei governi di grande coalizione come nel caso della moderata Spd tedesca, vuoi per il senso di inadeguatezza nella gestione dell’economia mostrato da partiti più radicali come il Labour inglese, la sinistra è stata spesso bocciata alle urne. Ma il problema è che anche quando hanno vinto, i governi progressisti, più o meno radicali, non hanno ottenuto risultati soddisfacenti. Crescita lenta se non stagnante, difficoltà a rientrare dal deficit, impercettibili miglioramenti sul fronte dell’occupazione. Da quando è scoppiata la crisi, la sinistra europea non ha ancora trovato un modello di successo. Non il riformismo di Matteo Renzi che aveva promesso una riscossa della sinistra liberal-blairiana, non il socialismo vintage di François Hollande che aveva illuso di poter difendere il welfare socialdemocratico, non il radicalismo di Alexis Tsipras che aveva infiammato la sinistra anticapitalista: l’Italia nonostante l’iperattivismo del premier è quasi ferma, la Francia tra terrorismo e stagnazione economica è il vero malato d’Europa e la Grecia è l’unico paese in recessione del continente.

 

In Italia la crescita zero del prodotto interno lordo nell’ultimo trimestre rispetto a quello precedente, insieme ai dati leggermente positivi sull’occupazione, mostra un’economia in miglioramento soltanto lieve, nonostante la bonanza monetaria. Il governo Renzi ha puntato gran parte del proprio capitale politico sulle riforme istituzionali e sul Jobs act, con lo scopo di fluidificare il processo decisionale e il mercato del lavoro, ma senza un grande impatto sui fondamentali economici. Non c’è stata la stessa incisività sul taglio della spesa pubblica, sulla riforma della Pubblica amministrazione e delle partecipate, sulle privatizzazioni e sul taglio delle tasse. Nel contempo le richieste di flessibilità, la più lenta riduzione del deficit e la difficoltà a domare l’elevato debito pubblico, rischiano di lasciare i conti pubblici in una condizione di fragilità se ci dovesse essere qualche scossone nell’economia globale. Come se non bastasse, tutte le pressioni sul governo sia da parte delle opposizioni che dei sindacati vanno nella direzione opposta a quanto sarebbe necessario, chiedendo di smontare la riforma Fornero e di aumentare la spesa per il pubblico impiego.

 

Hollande era stato eletto dopo una campagna elettorale giocata contro la finanza, l’austerity e le diseguaglianze. E’ partito con provvedimenti populisti come la supertassazione sui ricchi facendo più danni che altro e ora sta finendo il mandato con le proteste della propria base elettorale, studenti e sindacati, contro la Loi travail, una sorta di Jobs act francese. Nel frattempo l’economia è cresciuta lentamente e nell’ultimo trimestre si è completamente fermata. Soprattutto, nonostante gli annunci e i piani d’emergenza per il lavoro, la disoccupazione è costantemente sopra il 10 per cento, oltre il livello di inizio mandato. Anche per questo Hollande ha battuto ogni record di impopolarità, con un indice di approvazione inferiore al 15 per cento.

 

Peggio è andata alla rivoluzione di Tsipras, che in due anni ha messo in fuga i capitali da Atene e fatto ripiombare il paese in recessione, dopo che nel 2014 il pil aveva fatto segnare un più 0,7 per cento.

 

Pur con tutte le enormi differenze di gradazione, il limite principale della sinistra è quello di non aver pienamente fatto i conti con il mercato, che è il motore della crescita, e in molti casi di continuare ad evitare di fare ciò che è necessario. Sembra la riproposizione del dilemma esposto all’inizio della crisi dall’allora primo ministro del Lussemburgo Jean-Claude Juncker: “Sappiamo tutti quello che occorrerebbe fare, semplicemente non sappiamo come essere rieletti dopo averlo fatto”. In realtà molti governi di centrodestra, pur perdendo consensi elettorali, sono riusciti a fare austerity, a rimettere i propri paesi sul sentiero della crescita e ad essere rieletti. E’ il caso della Gran Bretagna che cresce oltre il 2 per cento (vedremo cosa succederà dopo la Brexit), della Spagna (più 3 per cento e disoccupazione in calo di 2 punti l’anno), dell’Irlanda (oltre l’8 per cento e disoccupazione scesa sotto il 10). “Il modello utilizzato per anni dalla sinistra in Europa non ha funzionato e se si vuole imporre nei propri paesi un nuovo modello di sinistra bisogna azzerare tutto – ha detto qualche giorno fa al Foglio il premier laburista maltese Joseph Muscat – Prima bisogna sforzarsi di far crescere un paese e poi si può pensare a come distribuire il reddito”. Probabilmente Malta per le dimensioni ridotte e le caratteristiche specifiche della sua economia non è paragonabile ai grandi paesi europei, ma Muscat può essere un modello per i leader europei di sinistra.

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