Il lupo di Wall Street pro Donald

Le ragioni del raider Icahn, squalo che ha fatto scuola da Twa ad Appleper sostenere (solitario) la Trumpnomics. Esiste, del resto, un legame di pelle tra Icahn e Trump, detestati da buona parte dell’establishment, del tutto incuranti della buona immagine nei salotti o sui giornali.
Il lupo di Wall Street pro Donald

Icahn

Milano. “Se Trump non ce la farà, la gestione della nostra economia sarà la stessa degli ultimi otto anni”. Cioè un disastro, perché “non possiamo più concederci il lusso di un governo in conflitto con il business. Ne vanno di mezzo i posti di lavoro”. Non disperare, caro Donald, a Wall Street non sei mai piaciuto, ma un’eccezione esiste: Carl Icahn, il re degli scalatori, croce e delizia di Wall Street dove i suoi amici si contano sulle punte delle dita. Come è giusto, “perché se cerchi amici ti compri un cane, non fai affari”. Parla così il re degli scalatori, 80 anni, l’altra faccia dell’America del business rispetto a Warren Buffett. L’oracolo di Omaha, da sempre vicino ai Clinton, ha sfidato Trump a rendere pubblica la sua dichiarazione dei redditi. Icahn ribatte che la politica promessa da Hillary, in linea con quanto fatto da Obama, favorirà i ricchi a danno di salari e lavoro, soffocando a suon di regole l’industria americana.

 

“Mi auguro che Trump per prima cosa abolisca l’Agenzia per la protezione dell’ambiente”, dice Icahn davanti alle telecamere di Cnbc tanto per rilanciare l’immagine di cattivo, per definizione politically incorrect, così duro che “mia moglie quando mi guarda dice sembro proprio un falco”. E’ stato lui, fin dal primo momento, il sostenitore dichiarato di Trump quando nessuno avrebbe scommesso un dollaro bucato sul tycoon. Oggi, quando la candidatura del suo prediletto ha steso la concorrenza repubblicana ma è in visibile difficoltà nella volata finale, Icahn torna ad alzare la voce per sostenere Trump, “che avrà detto alcune fesserie, ma resta l’unico a sostenere una linea giusta per la nostra economia”: meno tasse per la nostra industria, l’unica ricetta per sfuggire al declino della produttività, dei posti di lavoro e dei salari, conseguenza quasi scontata ai suoi occhi della linea Clinton, a lui così invisa da fargli spendere in passato parole d’apprezzamento per il vecchio marxista Bernie Sanders che pure l’aveva accusato di non aver mosso un dito per salvare il posto di lavoro dei dipendenti di due casinò di Atlantic City.

 

“Per il disastro di Atlantic City – scrisse il vecchio falco reazionario Icahn – Sanders si rivolga ai suoi amici del sindacato che hanno imposto condizioni e programmi sanitari così costosi da far scappare gli investitori. Ma su un punto sono d’accordo con Sanders: il divario tra la paga dei manager e dei lavoratori in questo paese è diventato semplicemente ridicolo. Se non vi poniamo rimedio, il declino sarà inevitabile”. Detto da lui, figlio diun cantante lirico mancato e di un’insegnante del Queens, oggi accreditato di una fortuna di oltre 17 miliardi di dollari (numero 43 nella classifica Forbes dei più ricchi al mondo), questa apertura all’equità sociale può sorprendere. Ma è in linea con la biografia di un finanziere contrarian, che non ha mai battuto i sentieri del pensiero dominante. Fin dalle origini, nel 1961, quando, dopo aver abbandonato gli studi in medicina e un corso di laurea in filosofia a Princeton, entrò in un ufficio di broker di Wall Street.

 

Sette anni dopo, Icahn, poco più che trentenne, si sentì pronto per il grande gioco: comprare grossi pacchetti azionari a suo avviso sottovalutati per poi rivenderli con grande profitto. Un’attività ad alto rischio che richiede determinazione (“Io adoro vincere. Non c’è cosa che ami di più”), pochi scrupoli (“Mi sta bene chiunque mi faccia guadagnare un quarto di miliardo di dollari”) e tanta aggressività (“Mi piace la caccia alla preda più che la vittoria”). Sono questi gli ingredienti di una carriera leggendaria che ha coperto, in pratica, quasi tutti gli angoli della Corporate America. Icahn, nel corso della sua carriera, ha comprato e venduto un po’ di tutto: dai fumetti della Marvel alle case da gioco di Las Vegas, dai media (Time Warner ma anche Netflix) al petrolio (Texaco e Phillips Petroleum) dagli alberghi di lusso (Fairmont) al biotech (ImClone). E tanto altro ancora. Pochi i flop, vedi il mancato acquisto di Gm nel momento della grande crisi di Detroit. Favolosa, anzi leggendaria, la sua avventura in Nabisco che, al momento dello spezzatino tra le attività alimentari e il tabacco, gli rese 7 miliardi di dollari.

 

Ma a fare epoca è stata soprattutto la sua scalata in Twa, esempio di scuola per generazioni di squali e squaletti. Icahn, una volta acquistato il controllo dell’azienda, cominciò a venderne un pezzo per volta, massimizzando i profitti. Uno speculatore? Certo, ma di genio, perché le cure dimagranti imposte alle corporation finite nel suo mirino hanno prodotto vantaggi e recupero di competitività, non solo tagli. Ne sa qualcosa anche Apple, l’ammiraglia del business innovativo. E’ stato Icahn, già grande azionista della Mela, a proporre/imporre al ceo Tim Cook di distribuire larga parte della cassa ai soci, scatenando una corsa al rialzo del titolo. Poi l’idillio si è rotto. Alla fine di aprile il raider ha venduto i suoi titoli, qualcosa come 5 miliardi di dollari di valore. Il motivo? Apple dipende ormai troppo dalla Cina, sia per le vendite sia per i brevetti. Ma la rinascita americana, predicano assieme il raider e Donald Trump, non può che passare da nuovi, più rigidi rapporti con il Dragone, il primo vero colpevole della crisi del manufacturing e della produttività statunitense. Di qui l’offerta da parte del candidato repubblicano a Icahn della poltrona di segretario al Tesoro o, quantomeno, di capo delegazione per la missione che dovrà ridiscutere le regole con Pechino. Invito già declinato dal raider che si ritiene più utile alla causa con la sua fondazione impegnata nella lotta alla fiscalità eccessiva.

 

Esiste, del resto, un legame di pelle tra Icahn e Trump, detestati da buona parte dell’establishment, del tutto incuranti della buona immagine nei salotti o sui giornali. E che, particolare non da poco, hanno alle spalle matrimoni turbolenti con donne forti in arrivo dall’est Europa. Proprio mentre Trump guerreggiava con l’indomita Ivana, Icahn era alle prese con la prima delle due mogli (la seconda è la sua ex segretaria): Liba Trejbal, già ballerina nella ex Cecoslovacchia, madre dei suoi due figli, che nel 1993 rifiutò con sdegno l’offerta di un milione di dollari al mese come alimenti per poi siglare, dopo sette anni di liti e avvocati, una pace miliardaria. Sia Trump che l’amico raider, insomma, hanno capito sulla propria pelle quando un buon compromesso è meglio di una lite suicida.

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