Perché il governo non prende il volo se insegue soltanto i pensionati

Sinistra Pd, Uil, Cgil e perfino Renzi: gara a chi offre di più per i soliti noti. E così sfuma la defiscalizzazione dei produttori. L’occasione persa Ryanair. Intanto l'economia rallenta rispetto alle stime iniziali: nel secondo trimestre, l'Istat certifica la stagnazione rispetto ai primi tre mesi dell'anno. Obiettivi di crescita per il 2016 a rischio.

Perché il governo non prende il volo se insegue soltanto i pensionati

Roma. E’ già iniziato il gioco a rimpiattino sul capitolo principale della prossima legge di Stabilità: le pensioni, ovviamente. Funziona così: prima il governo annuncia un meccanismo per l’anticipo pensionistico con prestito bancario rimborsabile in 20 anni (Ape), canali di uscita dal lavoro privilegiati per lavoratori precoci o impegnati in attività usuranti, un ampiamento della no tax area per i pensionati meno abbienti e della platea di coloro ai quali riconoscere la quattordicesima, infine una facilitazione per le ricongiunzioni tra gestioni diverse. Pacchetto di mischia corposo, i cui costi vengono stimati informalmente in 1,5 miliardi di euro già per il prossimo anno.

 

A questo punto il suddetto gioco può cominciare davvero. Tocca ai sindacati e ai politici a loro più vicini. Cesare Damiano, presidente della commissione Lavoro alla Camera per il Pd, nella Cgil fino al 2001, dice che per una tale manovra 1,5 miliardi non bastano, ne occorrono “almeno 2”; la Uil sostiene che lo stanziamento giusto è 2,5 miliardi di euro; Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, intervistata ieri dal Corriere della Sera, punta al rialzo, perché a partire da 2,5 miliardi si “potrebbe” appena “cominciare a ragionare”; chiude Maurizio Landini, della Fiom-Cgil, secondo il quale è la riforma Fornero che andrebbe abrogata, e allora è perfino superfluo stimare il di più necessario. La regola del gioco che non ti aspetti è che anche il governo possa partecipare al rimpiattino: “Dovremo trovare delle risorse in più per le pensioni”, ha detto il presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Come se di risorse per le altre misure della Finanziaria ce ne fossero a non finire.

 

Invece nel frattempo l’economia italiana frena, e così anche la capienza del gettito fiscale atteso; oggi arriverà il dato sul pil di metà anno che potrebbe escludere definitivamente un tasso di crescita superiore all’1 per cento a fine 2016. Il campo di gioco di questo sport tutto italiano pare delimitato a prescindere: da una parte gli interessi di pensionati e quasi pensionati, dall’altra le potenziali reprimende dell’austera Commissione europea. Tutto il resto – giovani, dipendenti, partite Iva, imprenditori, eccetera – non conta, e così gli esponenti del governo iniziano automaticamente a depennare, a mezzo intervista, le altre defiscalizzazioni che pure l’esecutivo non aveva escluso in un primo momento: addio per esempio alla riduzione delle imposte sul reddito (Irpef). A suon di retroscena, poi, procede la limatura al ribasso degli sgravi fiscali promessi per i contratti aziendali che premiano la produttività; peccato, visto che se concessi in abbondanza avrebbero incentivato relazioni virtuose e innovative in fabbrica, rendendo in prospettiva più competitivi i nostri produttori e aggredendo uno dei problemi decennali del nostro paese. Per ora non si toccano i tre miliardi messi a bilancio per il taglio dell’Ires alle imprese, ma Confindustria rimane guardinga, visto che si vocifera pure di un contributo straordinario delle aziende i cui lavoratori scegliessero di andare prima in pensione; insomma, con una mano gli industriali potrebbero prendere e con l’altra essere costretti a dare.

 

Eppure al governo non mancherebbero le occasioni per dire che questo gioco all’inseguimento dei soliti noti non è più sostenibile né conveniente, né le opportunità per dare un segnale concreto. Per esempio richiamando Michael O’Leary, l’ad di Ryanair che la scorsa settimana ha dovuto abbandonare con un nulla di fatto un incontro a Roma con esponenti del governo Renzi e della regione Sardegna perché non si è trovata una manciata di milioni per ridurre le tasse e facilitare l’accesso all’aeroporto di Alghero. Con l’azzeramento dei voli della compagnia low cost deciso nella prima metà dell’anno, si stima che la città e l’area contigua della Sardegna abbiano già perso 75 milioni di euro. E noi qui a scervellarci per finanziare l’ottava salvaguardia degli “esodati”. (mvlp)
 

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