Il presidente Mauricio Macri alla commemorazione Monumento a la Bandera, omaggio al creatore dell'insegna nazionale, generale Manuel Belgrano (foto LaPresse)

Perché i paesi si rivoluzionano con le riforme liberali. Il caso Argentina

Maurizio Stefanini
Le lezioni ai neo protezionisti dai governi che stanno riuscendo ad abbassare le tasse e ad aprirsi al mercato.

L’effetto propulsivo di un semplice tasso delle imposte è ora rappresentato anche dall’Argentina di Mauricio Macri, una delle cui primissime mosse è stata quella di smantellare quel sistema di imposte all’export agricolo che era stato alla base della politica economica kirchnerista: le “retenciones”, come venivano definite, sono state tolte per tutti i prodotti eccetto che per la soia, dove comunque l’aliquota è stata abbassata dal 35 al 30 per cento. Come per miracolo, l’esportazione di grano è aumentata di netto del 117,5 per cento in un anno: da 3.009.500 a 6.545.000 tonnellate. La cosa è stata peraltro accompagnata da un’apertura dell’economia più generale, con la fine del regime di razionamento del dollaro, l’abbassamento ai limiti del Wto delle tariffe doganali di 1400 prodotti e la normalizzazione con i creditori.

 

Il protezionismo dei Kirchner aveva l’obiettivo di promuovere la produzione nazionale, ma paradossalmente per il costo troppo alto delle componenti vi aveva invece fatto sparire tutta una serie di auto “di alta gamma”, di cui ora Mercedes Benz, Ford, Peugeot e Renault hanno annunciato il ritorno. Con l’indennizzo ai possessori di bond che avevano rifiutato le ristrutturazioni del debito fatte nel 2005 e 2010 nei primi sette mesi dell’era Macri il flusso di investimenti stranieri ha raggiunto 1,304 miliardi di dollari: la stessa cifra che era stata incassata nell’intero 2015. Ma a questa somma secondo il Banco Central bisogna aggiungere altri 900 milioni di dollari di investimenti di portafoglio e ben 23,732 miliardi di investimenti che sono stati promessi. Scomponendo i 1,304 miliardi tra i vari settori, si hanno ai primi posti 336 milioni di investimenti stranieri per il settore petrolifero, 247 nelle comunicazioni, 179 per bibite e tabacco e 111 nell’industria automobilistica.