Dàgli al neoliberismo

Paul Ginsborg e Sergio Labate vanno all’attacco di una dottrina che non hanno proprio capito. Credere che il neoliberismo governi soltanto l’economia è un errore, perché invitandoci al consumo, assoggettando il tempo libero e lusingando il nostro narcisismo, il sistema neoliberista condiziona nel profondo anche la nostra vita emotiva.
Dàgli al neoliberismo

Che fosse colpa del neoliberismo lo sapevamo già, ma i suoi effetti nefasti potrebbero essere ben peggiori di quanto sospettassimo. Almeno, questa è la tesi del pamphlet di Paul Ginsborg e Sergio Labate “Passioni e politica” (Einaudi) . Credere che il neoliberismo governi soltanto l’economia è un errore, perché invitandoci al consumo, assoggettando il tempo libero e lusingando il nostro narcisismo, il sistema neoliberista condiziona nel profondo anche la nostra vita emotiva: scoraggia le passioni che creano connessioni con gli altri e promuove quelle che mirano alla soddisfazione di sé. Occorre perciò assegnare allo stato il compito di educare le passioni dei cittadini: quella sì, è vera libertà.

 

Nello sferrare il suo attacco contro il neoliberismo, il libro dimentica di spiegarci cosa esso sia. Non c’è un solo passaggio da cui il lettore possa apprendere il significato del termine, né tentativo di applicarlo a realtà economiche o politiche concrete. Del neoliberismo, insomma, possiamo studiare gli effetti senza capire in cosa consista la causa. Conseguenza di tale escamotage è che gli autori possono giocare con le reazioni negative che quel termine evoca istintivamente nel lettore. E possono quindi abbandonarsi alla consueta narrativa secondo cui è il mercato che induce all’acquisto, al consumo compulsivo, suscitando nell’individuo un’illusione di libertà che si esaurisce nella mera fruizione passiva di merci. La libertà di acquisto si traduce così nel suo opposto, la costrizione. Il mercato, orwellianamente, “permette o costringe, non c’è ormai molta differenza”.

 

L’incapacità di mettere a fuoco cosa sia il liberismo si accompagna al consueto errore di attribuire al mercato realtà che gli sono estranee. Quando gli autori lamentano la vulnerabilità dei parlamenti “alle pressioni lobbistiche, la manipolazione e la corruzione, regolamenti e burocrazie ingombranti” non sembrano rendersi conto che quello che chiedono è più mercato, non meno. E allora definiamo noi cos’è il liberismo: una dottrina economica che raccomanda la non interferenza dello stato nella creazione e nell’allocazione di risorse da parte del mercato. C’è un qualche legame tra il fenomeno così definito e la presunta tendenza delle persone a definirsi principalmente attraverso ciò che comprano, a non conoscere altra forma di libertà che il consumo? Il “rilancio” dei consumi, intanto, appartiene all’economia keynesiana, non a quella liberista. Keynesiana è infatti la pretesa di poter stimolare la crescita mediante interventi pubblici che inducano i cittadini all’acquisto.

 

Se per consumismo intendiamo invece la capacità del mercato di offrire grandi quantità di beni a basso costo – che è cosa diversa dalla maggiore o minore inclinazione delle persone all’acquisto – gli autori ci scuseranno, ma in tutto ciò non c’è nulla di cui lamentarsi. Prendersela con il “consumismo” così inteso vuol dire prendersela con un processo che ha reso più facile per le persone ottenere cibo, farmaci, vestiti e altri beni di prima necessità, come anche comunicare, viaggiare, accedere alle conoscenze. E sì, avere tempo libero, un lusso che prima del capitalismo era prerogativa di pochi. Significa contestare un fenomeno che ha avvantaggiato anzitutto i più poveri, mettendo a disposizione di un numero sempre maggiore di persone comodità e servizi un tempo esclusiva di pochi – un processo, cioè, che ha drasticamente ridotto i privilegi e reso il mondo più eguale. E il fatto che gli autori non scorgano tali implicazioni è prova ulteriore che si può scrivere un libro intero su un tema che non si è capito affatto.

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