Non solo cheap oil. Cosa impensierisce i titani mondiali del petrolio

La geopolitica, i rischi globali, la crisi esistenziale dell'Opec e le nuove alleanze parallele emergenti stanno forzatamente ridisegnando il futuro delle fonti energetiche
Non solo cheap oil. Cosa impensierisce i titani mondiali del petrolio

Roma. Non c’entra solo il cheap oil. Da sola, la lunga stagione del crollo dei prezzi del petrolio non basta più a spiegare il futuro prossimo dell’energia. Più o meno tutti le grandi società petrolifere che hanno dominato il mercato lottano oggi per la propria sopravvivenza economico-finanziaria, intrappolate in  sistemi industriali tanto mastodontici quanto ormai inefficaci. Titani sempre di più dai piedi d’argilla nel terreno franoso del rischio gepolitico (che se era sopportabile con un prezzo del barile a 100 dollari, con i 40 di oggi diventa insostenibile) delle tempeste finanziarie e della guerra tra bande scoppiata fuori e dentro l’Opec per il controllo della produzione e del mercato.

 

Il caso più eclatante è quello di Royal Dutch Shell, dove l'utile del secondo trimestre, al netto di poste straordinarie, è sceso del 72 per cento rispetto allo stesso periodo 2015 a 1,05 miliardi di dollari, oltre un miliardo in meno rispetto ai 2,16 miliardi di dollari attesi dagli analisti. Il dato peggiore degli ultimi11 anni. Ben Van Beurden, il ceo della compagnia, ha detto che è tutta colpa del cheap oil, ma c’è qualcuno che gli ha ricordato come, in tempi di Brexit, la recente acquisizione di British gas, mettendo mano al portafoglio per 70 miliardi di dollari, forse non ha portato i risultati auspicati. Chevron ha ottenuto sorte analoga, riportando perdite pari a 1,47 miliardi di dollari, mentre altre compagnie europee di dimensioni minori, come la francese Total e la spagnola Repsol, hanno a loro volta registrato cali degli utili a due cifre. Anche la norvegese Statoil, tra quelle che più hanno tagliato i costi negli ultimi mesi, continua a perdere. Ad Eni non è stato risparmiato la stesso destino.

 

La compagnia, nel comunicare i risultati del primo semestre agli analisti, ha riportato una perdita netta complessiva pari a 1,24 miliardi di euro. A pesare sono le interruzioni della produzione in Basilicata a causa delle inchieste giudiziarie e il rischio geopolitico in Nigeria, e, se l’amministratore delegato del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, sostiene che i fondamentali del business industriale sono assolutamente robusti, per il gruppo italiano – ma lo stesso discorso vare per le altre big oil companies – il vero problema resta come e se tagliare progetti, costi e personale. La stessa Eni, che aveva annunciato un piano di dismissioni per 7 miliardi nel piano strategico 2016-2019, sembra ora aver fatto marcia indietro sia sul versante della chimica, Versalis non sarà più ceduta e resterà nel perimetro della società, sia sul settore retail del gas, la cui vendita è "una eventuale opportunità" ma "non ne abbiamo bisogno ora", ha detto agli analisti Descalzi.

 

C’è chi come Paul Stevens, ricercatore della Chatam House e autore della ricerca "International Oil Companies: The Death of the Old Business Model",  sostiene che non sono molte le opzioni rimaste alle grandi compagnie petrolifere per sopravvivere in futuro. Una opzione potrebbe essere quella di congelare i costi, magari ritardando volontariamente l’avvio dei progetti, nella speranza che il prezzo del greggio si rialzi. Oppure pensare a nuove fusioni (vedi i rumors poi smentiti di una possibile alleanza tra Total ed Eni), come avvenne negli anni novanta tra la Bp e Amoco, ma il contesto regolatorio, sia negli Stati Uniti, che in Europa è diventato sempre più complicato e ostile.

 

Le grandi oil companies potrebbero pure mirare, sostiene Stevens, a fare gli avvoltoi con la rivoluzione dello shale gas acquisendo posizioni dominanti e trasferendo gli utili dello shale alla produzione petrolifera convenzionale. Tutto questo potrà funzionare? Sembra difficile dirlo,  come ha scritto di Robert Mills, a capo della compagnia emiratina Qamar, le big oil non sono affatto contente nel pensare di piombare verso l’estinzione e più montano le critiche contro di loro più sono in cerca di nuove incarnazioni, che siano più snelle o più grasse. Questi titani del ventesimo secolo potrebbero ancora ridisegnare il mercato dell’energia nella prima metà del ventunesimo.

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