In banca non c’è l’America

L'Eba (European banking authority) pubblica i risultati degli stress test periodici. Perché il thriller della crisi bancaria non si esaurirà con un “test”
In banca non c’è l’America

Oggi l’Eba (European banking authority) pubblica i risultati degli stress test periodici, realizzati dal Supervisory board, il Consiglio di vigilanza della Banca centrale europea, a sua volta “separato da un muro”, dalla presidenza e guida monetaria di Mario Draghi. Per l’Italia l’esito del test riguarda i 5 miliardi di capitali in più e i 10 di crediti deteriorati in meno chiesti al Monte dei Paschi; sull’eventuale impiego di garanzie pubbliche avranno poi voce in capitolo la commissaria europea per la Concorrenza Margrethe Vestager oltre ai vari governi, Germania in testa.

 

Ricapitolando, il presidente dell’Eba Andrea Enria comunica gli stress test firmati da Danièle Nouy, presidente della Vigilanza della Bce ma all’insaputa di Draghi; la Vestager si occupa del dopo assieme a una quantità di altri attori. Non ci vuole molto a immaginare che la soluzione per le banche europee è rinviata alle prossime puntate; o forse non arriverà mai perpetuando così il thriller seriale, un genere per il quale l’Europa mostra una particolare predilezione anche in altri campi, a cominciare dai bilanci pubblici. Quanto a crisi bancarie si annunciano infatti future entrate in scena di ben altro livello di Mps, a cominciare dalla Deutsche Bank (Db) che ha visto crollare gli utili trimestrali del 98 per cento a causa di costi legali, minori introiti, avviamento di una ristrutturazione che taglierà 30 mila dipendenti in due anni. Eppure Db ha un requisito patrimoniale “europeo” in rapporto alle attività, il Tier 1, in miglioramento, il che è una chiave per capire come l’Europa abbia affrontato la questione banche con un’ottica sbagliata e in maniera opposta a quella che ha funzionato negli Stati Uniti. Dunque a due anni dal decennale del fallimento della Lehman Brothers (15 settembre 2008) si appresta a celebrarne i risultati in modo conseguente. La crisi americana fu gestita da pochi personaggi con poteri totali e strumenti chiari: la Federal Reserve di Ben Bernanke, che senza i muri regolatori e burocratici che tanto piacciono in Europa brandì il bastone della pulizia di bilanci e management e la carota della liquidità. In pratica commissariò le banche minacciando di chiudere la cassaforte dei dollari. Il secondo attore fu l’Amministrazione, prima Bush poi Obama, che con i prestiti del piano Tarp (Troubled asset relief program) tenne in piedi il sistema, guadagnandoci. Nonostante le proteste stile Occupy Wall Street, che ancora echeggiano nel socialismo à la Bernie Sanders, la semplicità e il pragmatismo del metodo americano hanno funzionato, l’economia Usa è fuori dalla crisi e le banche pure, guardate Wells Fargo.

 

Il modello europeo, che con i vari parametri di Basilea ha invece puntato sui coefficienti patrimoniali, mentre con l’altra mano portava sottozero i tassi d’interesse e quindi riduceva i margini di guadagno ai quali si affida il credito europeo – anziché cercare, come in America e non solo, nuovi clienti e nuove iniziative imprenditoriali – ha generato una clamorosa contraddizione in termini peggiorando le cose. E a forza di stress test che simulano scenari apocalittici “l’Unione bancaria europea – citiamo il Corriere della Sera – è diventato un ingranaggio in cui i regolatori stessi possono innescare una minaccia alla stabilità finanziaria”. Non c’è stata pulizia dei titoli tossici, tanto che il Fondo monetario definisce Db la più pericolosa per il sistema finanziario globale. E ora appunto s’avvicina un altro capitolo del sequel, quello dei tagli massicci tra i dipendenti. I 30 mila delle Db sono poco più dei 27 mila ipotizzati da uno studio di Prometeia per le banche italiane (11 mila in Unicredit). A fare i campanilisti si può notare che se il Financial Times scrive che in Italia ci sono più sportelli bancari che pizzerie, in Germania ce ne sono più delle birrerie. Sarebbe meglio guardare di nuovo agli Usa, dove Goldman Sachs ha assunto 10 mila persone nel 2015 e ha ricevuto 224 mila domande.  

 

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