Riflessioni critiche, ma fattive, sul bail-in che attanaglia le banche

La tagliola anti investitori va placata, ma lo stato ha il diritto di punire i manager degli istituti di sistema.
Riflessioni critiche, ma fattive, sul bail-in che attanaglia le banche

Banca Mps, sportello bancomat (LaPresse)

Al direttore - Le critiche sul bail-in sono ormai all’ordine del giorno (Banca d’Italia, Abi, commentatori, eccetera). E non a caso si continua a insistere sui suoi profili di costituzionalità, anche tenuto conto dei rapporti tra le norme europee e la nostra Costituzione (vedasi il Foglio 10 settembre 2015). D’altra parte, il disagio che la crisi delle Popolari ha determinato nei territori è da vero allarme sociale. I pubblici poteri, nelle diverse vesti istituzionali, ora tentano di dare lumi in materia dopo avere subìto passivamente, per incomprensione o impotenza, l’introduzione della regola, forse senza coglierne sino in fondo, in un primo momento, le nefaste conseguenze di cui può essere foriera. Si sostiene: il bail-in, cioè a dire il dirottamento delle perdite delle banche in capo ai privati, venne introdotto per la perdurante irritazione dei contribuenti, di varia nazionalità (tedeschi, britannici, ispanici e così via), chiamati a coprire le falle del sistema bancario di mezza Europa (tedesco e francese in prima linea, anche per le dimensioni), a seguito della crisi finanziaria del 2008. Si afferma: il meccanismo del bail-in consente di prevenire l’eccessiva assunzione di rischio da parte dei banchieri. In estrema sintesi, sia pure in maniera non persuasiva: il congegno è a tutela dei contribuenti e preserva dall’incauta gestione del credito.

 

Bail-in o non bail-in, l’incapace alla testa di un’azienda di credito crea danni. E nessun argine alle conseguenze devastanti dell’incompetenza umana ci si può attendere per il semplice fatto che una regola viga, quale essa sia. Del tutto evidente, perciò, che il sol modo di scongiurare o, almeno, ridurre al minimo rischi in materia è quello di favorire il governo oculato della politica del credito, affidando la gestione delle banche a soggetti competenti e capaci, anche in questo campo, di fare consapevole e corretta applicazione del principio di sana e prudente gestione. Non priva di senso, visti i precedenti da noi, l’idea di precostituire un albo, sotto la sorveglianza di un board di veri e reputati esperti (per età, scelte personali) non più impegnati nella gestione diretta di imprese, dal quale attingere per le nomine di maggiore responsabilità nella singola azienda e, per le banche cosiddette “di sistema”, istituzionalizzando, in alternativa, la richiesta obbligatoria di una “opinione” sui vertici scelti e proposti dall’azionista. D’altra parte, se è lo stato, in ultima istanza, a farsi carico delle criticità del comparto, ben si giustifica la previsione, da parte dello stesso, di strumenti idonei a creare affidamento nella gestione d’impresa. In questa prospettiva si colloca anche la scelta di ripensare e ridefinire poteri, compiti, dimensioni e ruoli delle nostre Autorità di controllo, non essendo più accettabile che ai problemi si metta mano solo quando sono esplosi.

 

Le ragioni dei contribuenti non si tutelano con regole, qual è il bail-in, capaci di trasformare l’instabilità in crisi sistemica. Non v’è, oggi, risparmiatore non preoccupato della tenuta dei suoi averi. E ognuno s’interroga sul come e dove accasarli, se già non ha provveduto ad allocarli in siti più ospitali, addirittura sfidando le norme vigenti sulla trasparenza e gli stessi accordi di collaborazione tra stati, che accompagnarono la cosiddetta “disclosure” dell’anno passato. In condizioni di instabilità, il risparmio “fugge” o si mostra restio a entrare nel circuito (semplificando) depositante – banca-impresa. In mancanza della certezza del cittadino sulla intangibilità degli averi affidati alla banca non vi sono depositi; senza depositi non v’è credito bancario; senza credito non v’è impresa, né sviluppo economico. In questa prospettiva, sia pure in tempi diversi e più lontani, il cittadino finirà, inevitabilmente, con l’essere chiamato a pagare, in termini di perdita di pubblici servizi e di crescita della fiscalità, ben più di quanto può esser stato causa di irritazione per i fatti (salvataggi bancari) del 2008. Necessario agire, dunque, affinché la decisione perniciosa dell’introduzione del bail-in, venga revocata e/o pesantemente limitata, essendo questo il modo per ricostituire quella fiducia nei depositanti, da noi messa a dura prova negli ultimi tempi.

 

Le regole si rispettano. E tanto per conservare e, se possibile, accrescere i margini di credibilità che l’Italia, sia pure a fatica, va guadagnando nei consessi europei. Con il bail-in ancora in vigore, si è giocoforza vincolati alla flessibilità consentita dalle norme che ne hanno prevista l’introduzione, comprese quelle implicite nelle prese di posizione, in proposito, della commissaria Vestager, sulla necessità di tenere conto delle condizioni dei singoli paesi, e nel cosiddetto burden sharing (condivisione di costi) su cui è attesa, a breve, la pronuncia della Corte del Lussemburgo. Per chiarire: la flessibilità alla quale si allude deve, e non può che, essere quella, di cui hanno fruito gli altri stati, Germania in primis (che, attualmente, con Deutsche Bank e le Sparkasse non può certo dirsi adagiata su comodi guanciali). In termini espliciti: soldi pubblici da destinare a ricapitalizzazione, crediti deteriorati e quant’altro, per risolvere criticità attuali e potenziali del sistema. Ne ricorrono i presupposti, se ne appalesa la indifferibilità. La cronaca quotidiana segnala di continuo i rischi di instabilità a cui è esposto il paese. E’ la consapevolezza che il sistema bancario sta all’apparato produttivo, come l’impianto venoso al corpo umano a rendere indifferibile la scelta di salvaguardarlo per rendere possibile l’afflusso di risparmio al mondo delle imprese, precondizione necessaria per cominciare a pensare a (non semplici) strategie capaci di condurci fuori dall’impasse delineata dai perduranti affanni del ciclo economico.

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