La finanza, tra salotti che furono e americanizzazione tentata

La Consob dà il via libera a Cairo. Intanto, nella scalata Rcs, è stato determinante l'orientamento dei fondi. Così come nella nomina di Mustier all'Unicredit. I fronti aperti sono anche altri (Ansaldo, Enav, Generali): dai salotti all'americanizzazione delle finanza.

La finanza, tra salotti che furono e americanizzazione tentata

(foto LaPresse)

La Consob non ha individuato nei ricorsi presentati da Diego Della Valle, e dagli altri soci storici di Rcs “i presupposti per la sospensione cautelare dell’offerta Cairo”, di fatto spianando la strada al cambio della guardia in via Solferino e dintorni. Della Valle al momento non si dichiara vinto e punta il dito sul doppio ruolo di Equita Sim, azionista di Rcs e tra gli advisor di Urbano Cairo: ma l’ex salotto buono è già diviso al proprio interno. Il tutto sta portando alla ribalta il ruolo che in questa e altre vicende in corso stanno svolgendo proprio i fondi, ruolo storicamente molto attivo nel mercato anglosassone e che pare invece cogliere di sorpresa l’ingessato capitalismo italiano. Equita, come Antares European Fund non sono protagonisti noti al palcoscenico finanziario italiano, se non per il ristretto circolo degli addetti ai lavori.

 

Eppure sono stati loro, il primo basato a Londra e quotato anche a Wall Street, il secondo milanese la cui maggioranza è stata acquistata da Alessandro Profumo (ex amministratore delegato di Unicredit e Montepaschi) assieme al socio Francesco Perilli, ad aver determinato la sorte della Rcs: rovesciando a favore dell’outsider Cairo una partita che sembrava vinta in partenza da Mediobanca, Della Valle, Pirelli e Unipolsai con l’aggiunta recente di Andrea Bonomi. E se il conferimento delle azioni dell’editoriale del Corriere della Sera era scontato per Equita, in effetti advisor di Cairo con Imi-Intesa, molto meno era prevista per l’hedge fund che pure ha nello statuto “investimenti long e short”, cioè strategici o speculativi, secondo la logica tipica dei fondi cosiddetti attivisti. Il loro 7,4 per cento cumulato ha sgominato il 6,25 di Mediobanca, residuo di quel 15 che un tempo faceva e disfaceva gli equilibri non solo in via Solferino, assieme alla Fiat degli anni ruggenti dell’Avvocato.

 

Ancora. Chi ha rotto gli indugi in Unicredit, nominando il 30 giugno amministratore delegato Jean-Pierre Mustier e sconfessando il presidente Giuseppe Vita che, con l’allontanamento il 24 maggio di Federico Ghizzoni aveva annunciato “tempi lunghi, almeno due mesi” e lasciato priva di guida la seconda e problematica banca italiana? Ancora i fondi esteri, l’americano Blackrock ed Aabar di Abu Dhabi su tutti, e in scia un nugolo di hedge londinesi e newyorkesi dei quali, pochi giorni prima, il Financial Times aveva segnalato il malumore per l’indecisione e le baruffe degli azionisti italiani. Fondi che ora starebbero premendo su Mustier per un ricambio nelle prima linea di top manager, giudicata troppo compassata. Con le fondazioni bancarie di Verona a Torino, che poi si sono accodate ai fondi;  Francesco Gaetano Caltagirone e Leonardo Del Vecchio piuttosto spiazzati; mentre Mediobanca, che da Unicredit è controllata, profetizzava “l’arrivo di un volto del tutto nuovo”: Mustier è stato fino a pochi mesi fa capo della divisione corporate dell’istituto. E dunque se si cercavano altre conferme che l’era del capitalismo di relazione, e dei salotti e salottini buoni della finanza italiana, è finita, eccone due freschissime.

 

D’altra parte circa il 25 per cento della capitalizzazione di piazza Affari è in mano a fondi Usa, non tutti votati all’investimento di lungo termine come – pur tra eccezioni, Blackrock – che di quella capitalizzazione detiene oltre la metà. Blackrock oltre ad essere primo azionista di Unicredit è anche il secondo di Intesa, di Mps, e socio rilevante di Telecom, Atlantia, Generali, e si ricorda una puntata di tre giorni in Prysmian. Il 17 luglio i fondi angloamericani Elliott International, Liverpool Limited Partnership e Elliott Associates hanno chiesto l’annullamento della nomina del consiglio di amministrazione dell’azienda ceduta da Finmeccanica alla Hitachi. In precedenza Elliott e due altri fondi, Bluebell e Amber, avevano duramente battagliato sul prezzo di vendita. Per lo stesso motivo, il prezzo, i fondi hanno svolto un ruolo determinante anche nel collocamento in borsa di Enav, l’azienda di controllo dei voli, che frutta al Tesoro 0,75 miliardi netti. Broofield, Blackrock, Macquarie, Amp, Amber sono entrati nella partita da Wall Street, chiedendo anche di limare un po’ il prezzo richiesto all’inizio, come gli italiani Pieneer, Azimut, Anima, Kairos.

 

E ancora i fondi rumoreggiano in Generali, dopo il tourbillon in quattro anni dei vertici (Philippe Donnet ha sostituito Mario Greco che aveva rimpiazzato Giovanni Perissinotto): vogliono chiarimenti sulle strategie e sui bilanci passati. In fondo, anche qui, il fischio d’inizio lo aveva dato Sergio Marchionne, l’uomo che ha lasciato l’ex salottino di Rcs. “In futuro crescerà sempre più il ruolo dei fondi attivisti e delle autorità regolatorie”, ha profetizzato. Il numero uno di Fca si riferiva ai colossi dell’auto, in particolare alla General Motors che è una public company, alla quale proponeva (respinto) una fusione. Sui controllori pubblici, in particolare negli Usa, ci ha preso in pieno, vedi alla voce Volkswagen. Sui fondi il gioco, che oltre Atlantico è pane quotidiano, in Italia inizia adesso.

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