Del bail-in non c’è certezza

Perché l’Europa non può stare appesa a una sentenza della Corte. Gli effetti del pronunciamento sul caso sollevato dalla giustizia slovena per il salvataggio e la liquidazione di cinque istituti di credito.
Del bail-in non c’è certezza

La commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager (foto LaPresse)

Ieri mattina la Corte di giustizia europea ha sentenziato che il bail-in e il burden sharing, cioè il salvataggio delle banche con il contributo dei suoi azionisti e creditori, sono legittimi. La sentenza si riferiva nello specifico a un caso sollevato dalla giustizia slovena per il salvataggio e la liquidazione di cinque istituti di credito avvenuti su input della Commissione europea. Tuttavia gli effetti di tale pronunciamento sono più ampi, come dimostra l’andamento della Borsa italiana: i titoli azionari dei nostri istituti sono stati infatti ancora penalizzati, con il titolo del Monte dei Paschi di Siena che ha chiuso a meno 3,29 per cento.

 

Come noto, il governo Renzi è in trattativa da settimane con l’esecutivo comunitario nel tentativo di definire in maniera preliminare lo spazio consentito per un intervento pubblico a sostegno della nostra industria del credito, di Mps in particolare. Il tentativo di Roma di farsi scudo con la Brexit per ottenere una deroga alle regole del bail-in – invocando una imponente perturbazione esterna alla nostra economia – esce probabilmente indebolito dal giudizio espresso in Lussemburgo. Anche se ieri, nel pomeriggio, la commissaria alla Concorrenza, Margrethe Vestager, ha detto che un’intesa con l’Italia “potrebbe essere vicina”. Parole che aggiungono incertezza a incertezza. Infatti i riferimenti temporali vaghi utilizzati dalla commissaria fanno il paio con la seconda parte della sentenza della Corte, quella in cui si accenna comunque a possibili eccezioni nell’applicazione del bail-in, visto che la Commissione, nell’esercizio del proprio potere discrezionale, può adottare orientamenti al fine di stabilire i criteri in base ai quali intende valutare la compatibilità, con il mercato interno, di misure di aiuto previste dagli stati membri.

 

Un atteggiamento un tantino salomonico da parte dei giudici del Lussemburgo, che invece in altre occasioni – si pensi alla difesa delle scelte di politica monetaria non convenzionale della Banca centrale europea – ha dimostrato di sapersi esprimere con nettezza anche in campo economico-finanziario. Non ci vuole chissà quale faziosità italica per osservare che, nell’anno di grazia 2016, a otto anni dall’inizio della crisi finanziaria e della recessione che ne è seguita, il settore bancario europeo non può rimanere appeso a una tale volatilità e incertezza istituzionale. La distanza con i salvataggi “all’americana”, tempestivi e uguali per tutti gli istituti di credito d’oltreoceano, non è mai stata così ampia. L’andamento anemico del nostro pil è lì a dimostrarlo.  

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