Merkel non dimentichi Deutsche Bank

Secondo l’Fmi è l’istituto di credito più pericoloso al mondo: potrebbe essere la salvezza del nostro sistema finanziario e la fine dei Nein.
Merkel non dimentichi Deutsche Bank

Strada ancora in salita nella discussione tra governo italiano e Commissione Ue riguardo il sostegno pubblico al sistema bancario, in particolar modo la gestione e lo smaltimento delle sofferenze. A pesare, come tutti sanno, è l’ennesimo Nein tedesco, a seguito del quale si è sviluppato un duro botta e risposta tra Angela Merkel e Matteo Renzi. Il governo, nel frattempo, starebbe affrettando la nascita del Fondo Atlante 2, contemplando nello scenario anche l’intervento di Cassa depositi e prestiti, soggetto che potrebbe però configurare l’aiuto di stato che Bruxelles sarebbe costretta a bloccare. C’è poi la questione del bail-in: Roma vorrebbe una sua sospensione in virtù dell’eccezionalità del momento dovuto al Brexit, Berlino e la Bce dicono di no.

Mauro Bottarelli, ilSussidiario.it 2/7;

 

Ma siamo proprio sicuri di non poter buttare in faccia alla Germania nulla sul tema che ci consenta di forzare la mano? Forse è un caso, forse no. Ma il via libera di Bruxelles allo scudo pubblico da 150 miliardi di euro per le banche italiane (poco, ma meglio di niente) è arrivato proprio mentre nuove tegole si stavano abbattendo su Deutsche Bank, il cui titolo settimana scorsa ha toccato i valori più bassi da 30 anni (-55% da inizio anno).

Lorenzo Salvia, Corriere della Sera 2/7;

 

La prima notizia che ha scatenato una scia di vendite è che il Fondo monetario internazionale ritiene Deutsche Bank «il più importante contribuente ai fattori di rischio sistemici» tra le grandi star del sistema creditizio globale. In pratica, secondo il suo consueto rapporto sullo stato di salute della finanza, sarebbe la banca più rischiosa al mondo (seconda Hsbc e terza Credit Suisse Group).

Antonella Olivieri, Il Sole 24 Ore 2/7;

 

Ma, rincarano la dose gli economisti di Washington, è l’intero sistema bancario tedesco che desta preoccupazione: «In particolare, sono la Germania, la Francia, il Regno Unito e gli Stati Uniti i paesi più pericolosi dal punto di vista del rischio contagio, se misurati con la percentuale media di perdite di capitale rispetto ad altri sistemi creditizi nel caso di uno choc di settore nel paese d’origine».

Tonia Mastrobuoni, la Repubblica 1/7;  

 

La seconda notizia che ha creato pressioni sul titolo è che la divisione Usa della banca non ha superato gli stress test della Federal Reserve per il secondo anno consecutivo. Le attività della controllata americana analizzate dalla Fed rappresentano solo il 3% dell’attivo totale, ma si tratta di un ennesimo caso in cui il gruppo tedesco ha problemi con le autorità di vigilanza, dopo la lunga serie di scandali finanziari in cui è stato coinvolto negli ultimi anni in diverse giurisdizioni e che lo hanno portato a essere la banca globale che ha pagato di più in multe e accordi stragiudiziali. Costi che hanno pesato gravemente sui conti del gruppo che ha chiuso lo scorso anno con una perdita di 6,8 miliardi di euro.

Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore 1/7;  

 

Nei giorni scorsi è emerso anche che il leggendario finanziere George Soros con i suoi fondi e un altro dei più importanti hedge fund delle City di Londra, Marshall Wace, hanno preso posizioni corte sul titolo Deutsche Bank, puntando 100 milioni di euro su una sua ulteriore caduta. La banca tedesca, osservano diversi operatori di mercato, dovrà tra l’altro confrontarsi con le ricadute di Brexit, dato che ha importanti operazioni a Londra.

Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore 1/7;

 

D’altronde, è noto da tempo che il gruppo siede su una vera bomba atomica: nel suo portafoglio ci sono derivati finanziari per un valore nozionale di circa 55 mila miliardi di euro, circa 20 volte il Pil tedesco e quasi 6 volte quello dell’intera zona euro. In questo settore è di fatto la banca più esposta al mondo. Con un peso del genere, ogni mossa della banca rischia di essere vista con sospetto. Nei giorni scorsi, per esempio, non è passata inosservata l’offerta lanciata dalla divisione belga di Deutsche Bank , che promette il 5% d’interesse sui depositi bancari. Il tutto alle seguenti condizioni: i nuovi depositi fra i 10mila e i 50mila euro dovranno restare immobili sul conto per almeno tre mesi. Un’offerta talmente generosa (propone una remunerazione superiore a quella di molti junk bond europei) che ha fatto sorgere dubbi sulle sue esigenze di liquidità.

Marcello Bussi, MilanoFinanza 17/5;

 

È bene ripetere brevemente come funziona l’intera faccenda dei derivati in DB e quale sia l’esposizione reale del gigante tedesco. A differenza del mercato azionario quello dei derivati è per definizione a somma zero, nel senso che per ciascuna posizione long esiste un posizione short uguale e contraria con il medesimo sottostante e la medesima scadenza. Di questo mercato Deutsche Bank è il principale intermediario finanziario ed è leader nell’essere primary dealer, ovvero nel fornire interconnessione diretta e deposito per svariati broker. Questo fa sì che raggiunga un’esposizione per quella cifra folle, ma non tutta per conto proprio. Tolti i soldi degli altri, serve poi conoscere l’esposizione netta, ovvero tocca azzerare le posizioni uguali e contrarie, per ciascuna classe di derivati, su ciascuna scadenza e fare le somme .

Mauro Bottarelli, ilSussidiario.it 2/7;

 

Calcola il Sussidiario.it che Deutsche Bank, a conti fatti, è esposta al mercato per 504,6 miliardi di euro in posizioni long e 487 miliardi di euro in posizioni short, quindi per un totale di 991,6 miliardi di euro. Di fatto, 1 triliardo. Una cifra enorme ma potenzialmente gestibile. Bottarelli: «Il problema è un altro: cosa succede se fallisce una o più controparti contemporaneamente, insieme con un collasso del mercato? Un crollo a livello globale capace di trasformare Lehman Brothers in una passeggiata nel parco» .

Mauro Bottarelli, ilSussidiario.it 2/7;

 

E infine, ma non ultimo, Deutsche Bank ha in pancia 30 miliardi di euro in titoli derivati classificati a livello 3. Ossia strumenti finanziari a cui non si riesce a dare un prezzo perché non scambiati sui mercati e non equiparabili ad altri prodotti simili. Di fatto è la stessa banca a decidere, attraverso dei modelli interni con ampio margine di discrezionalità, quale valore attribuire a questi titoli. DB fatica a disfarsi di questa montagna di carta di cattiva qualità che si trascina dietro anno dopo anno e se si considera che il suo capitale, prima barriera per assorbire eventuali perdite, vale circa 70 miliardi si fa presto a capire come il peso di questi derivati sia potenzialmente destabilizzante.

Mauro Del Corno, il Fatto Quotidiano 1/7;

 

Longo: «Fa certamente impressione vedere Deutsche Bank, colosso tedesco, che in Borsa scende ai minimi da 30 anni. Ma non fa certamente meno effetto vedere un gruppo come UniCredit che qualche giorno fa quotava sul listino anch’esso ai minimi da oltre 30 anni. Come non fa meno clamore il fatto che tutte le banche europee in meno di una settimana abbiano registrato perdite a due cifre». Ciò che la Borsa sta dicendo da mesi è molto semplice: in Europa c’è una questione bancaria.

Morya Longo, Il Sole 24 Ore 1/7;

 

Gli istituti europei hanno tutti lo stesso problema: quello dei tassi d’interesse a zero. Dato che vivono intermediando denaro (prendono in prestito ad un tasso ed erogano finanziamenti a tassi più elevati), se gli interessi scendono a zero per effetto della politica monetaria della Bce, loro guadagnano sempre meno. Secondo i dati di Capital IQ, l’attività di erogazione di prestiti nel 2007 produsse ricavi pari a 709 miliardi per le prime 20 banche europee, mentre nel 2015 il dato risulta sceso a 433 miliardi.

Morya Longo, Il Sole 24 Ore 1/7;

 

Nel rapporto dell’Fmi sopra citato si indica infatti nella vulnerabilità ai bassi tassi d’interesse il principale elemento di debolezza delle banche tedesche. Questo è vero in particolare per Deutsche Bank, che ha, tanto per cambiare, anche una forte esposizione in derivati sui tassi, e che soffre su queste posizioni di una scommessa “sbagliata”. Più i tassi rimangono bassi, più queste posizioni si deteriorano. Non a caso nelle scorse settimane, il capo economista della banca, David Folkerts-Landau, ha pubblicato una delle più virulente polemiche contro la politica della Banca centrale europea sui tassi d’interesse.

Alessandro Merli, Il Sole 24 Ore 1/7;

 

In ogni singolo Stato ci sono, poi, i problemi specifici ad aggravare la situazione. In Germania, oltre ai derivati, ci sono le piccole banche, le Landesbanken, che troppo spesso sono concentrati di politica locale e di governance poco trasparente. In Italia, per contro, abbiamo i crediti deteriorati, pari ormai a 360 miliardi di euro lordi. Oltre ai problemi di governance che le più recenti riforme stanno cercando di superare. E ogni paese ha le sue specificità, i suoi punti deboli, tutti concentrati su un sistema bancario reso poi ulteriormente fragile dalla normativa del bail-in.

Morya Longo, Il Sole 24 Ore 1/7;

 

Valentini: «Quello delle banche è davvero un terreno importante sul quale misurare se l’Europa ha capito la lezione o no. Non per concedere privilegi a questo o a quello ma per una politica che deve considerare i problemi di ogni singolo paese per aiutare a superarli (in modo da permetterne la crescita economica e quindi il miglioramento delle condizioni sociali)». Che senso avrebbe fare fallire la Deutsche Bank e provocare un terremoto finanziario internazionale, nel quale tutti sarebbero coinvolti? Che senso ha impedire che l’Italia, finanziariamente poco capitalizzata, cerchi una propria strada per rimettere in sesto le sue principali banche in modo da dare ossigeno al sistema imprenditoriale?

Carlo Valentini, ItaliaOggi 1/7;

 

Longo: «Ecco perché la questione bancaria va affrontata. Non solo in Italia, ma in tutta Europa. Perché il vecchio continente è banco-centrico: le imprese, molto spesso piccole o micro, hanno solo il canale bancario per finanziarsi. Se questo canale è in difficoltà, appesantito da mille problemi, in difficoltà ci finisce l’intero sistema produttivo. Soprattutto nei paesi del sud, sui quali si somma una fragilità economica e di conti pubblici. Ecco perché le banche andrebbero ristrutturate nel modello di business, per renderle efficienti. Andrebbero in molti casi ricapitalizzate, in modo da permettere loro di eliminare i problemi (come per esempio i crediti in sofferenza). E andrebbero tolte da quella graticola creata, seppur a fin di bene, dalla rigida normativa del bail-in. Banche sane, in economia sana».

Morya Longo, Il Sole 24 Ore 1/7.

 

 

Apertura a cura di Francesco Billi

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi