Il pretesto Brexit per portare lo stato in banca

Tra ritardi e piagnistei l’Italia non ha capito che per le euro-banche la musica è cambiata
Il pretesto Brexit per portare lo stato in banca

Roma. Da quando Mario Draghi ha avviato il Quantitative easing, lo spread non fa più la faccia feroce e le banche sono diventate il corretto termometro del rischio Italia nei giorni di tempesta. Senza bisogno di scomodare Wolfgang Münchau, autore anche ieri sul Ft di fosche previsioni sull’Italia e i suoi istituti in debito d’ossigeno, o George Soros, che ci vede (sempre a causa delle banche) come l’anello debole di un’Unione prossima alla disintegrazione, la “Caporetto” post Brexit dei titoli del credito a Piazza Affari non fa quasi più notizia. Ieri è andata meno peggio di venerdì, ma sempre in profondo rosso. La notizia del giorno invece è che il governo, secondo diverse fonti, sta considerando – ma non era meglio aspettare a vendere la pelle dell’orso? – un intervento dello stato a sostegno delle banche, magari attraverso garanzia pubblica sui bond bancari, per una cifra – 40 miliardi di euro – che da sola offre la dimensione di come quello del credito sia diventato “il” problema nazionale. Per quanto scioccante a un’attenta riflessione la notizia sorprende fino a un certo punto. Quale miglior momento, con le fiamme della Brexit ancora lungi dallo spegnersi, per aprire un negoziato sugli aiuti alle banche con Bruxelles e chiudere una partita lunga anni? L’idea che oggi lo stato, con quattro anni di ritardo sugli altri paesi europei, impegni 40 miliardi per parare il collasso dell’industria bancaria non testimonia solo la vetta di gravità toccata dalla situazione, è l’ultimo atto di una storia di sottovalutazione, resistenze e incomprensioni. Un antico vizio italico quello di prendere sottogamba gli accordi internazionali. Un tic che in alcuni casi si rischia di pagare caro.

 

In questo caso, l’Italia sembra non avere compreso il radicale cambio di scenario avvenuto in Europa in materia di salvataggi bancari a partire dal 2013 – anno di messa a punto della Direttiva sul bail-in (Banking recovery and resolution directive, Brrd) e dell’emissione della Comunicazione bancaria con la quale la Commissione europea ha introdotto come princìpi cardine dei salvataggi una maggior condivisione dei costi da parte dei privati e processi di ristrutturazione più aggressivi – e proseguito con l’approvazione della stessa direttiva da parte dei parlamenti nazionali. La Banca d’Italia ha sollevato il tema negli interventi del governatore Ignazio Visco, ma senza dare avvio a una reale presa di coscienza degli operatori e senza evitare che a fine 2015 – dopo i salvataggi realizzati in fretta e furia nel rispetto delle regole europee (cioè con il sacrificio degli obbligazionisti subordinati) – si accendessero polemiche con la Commissione, troppo “rigida” nell’interpretazione delle regole sugli aiuti e troppo prigioniera di un bail-in “da riformare” dopo appena tre anni dal varo preceduto da un negoziato ancora più lungo. Il governo da parte sua (Palazzo Chigi è privo di esperti in materia di banche) ha tardato a completare il recepimento della direttiva – chiusa in tutta fretta e in affanno con 11 mesi di ritardo – ed è stato messo in mora da Bruxelles. Secondo una fonte che è stata vicina al dossier del salvataggio di Banca Etruria, CariChieti, CariFerrara e Banca Marche, “la verità è che nessuno voleva sacrificare gli obbligazionisti subordinati di queste banche a dispetto delle regole europee”. I protagonisti di questa partita che oggi è quasi diventata “la” partita del paese sembrano averla giocata con la testa rivolta all’indietro. E’ paradossale che ora l’intervento statale possa avvenire grazie alle pieghe concesse da quella direttiva sul bail-in che è stata prima presa sottogamba e poi aspramente criticata.

 

La Commissione, interpellata ieri dal Foglio, non ha voluto commentare le indiscrezioni sul possibile intervento. Tuttavia ha precisato che “le condizioni e le regole in base alle quali può avvenire un intervento statale… sono contenute nella Brrd e nella Banking Communication del 2013”. E questo aiuta a tracciare l’identikit delle banche che potrebbero essere beneficiarie dell’intervento. All’articolo 32 la direttiva prevede la possibilità per gli stati di intervenire “al fine di evitare gravi perturbazioni all’economia dello stato membro” a condizione che le banche interessate “non siano in dissesto”, che l’intervento “non distorca la concorrenza” e che sia di “carattere temporaneo”. L’intervento a sua volta si può realizzare tramite l’offerta di garanzie sulla liquidità messa a disposizione dalla Banca centrale alle banche, l’offerta di garanzie su passività di nuova emissione, l’immissione di capitali pubblici direttamente negli istituti. Victor Massiah, ad di Ubi Banca, che è uno dei pochi banchieri favorevoli alla direttiva sul bail-in, si è subito smarcato: “Stando alla mia capacità di capire le cose – ha detto – non vedo perché lo stato dovrebbe fare una iniezione di capitale in Ubi. Con la scarsità di risorse che ha sarei sorpreso che ne immettesse in una banca solida”. E’ probabile che altrettanto pensi Carlo Messina, ceo di Intesa Sanpaolo, la banca italiana più solida. L’ombra di un semisalvataggio non piace a chi si ritiene in salute. Potrebbe non dispiacere invece a chi (Montepaschi, Unicredit?) non è uscito dalle difficoltà. In ogni caso è sempre con Bruxelles che si deve trattare. Con gli stessi uomini con i quali per mesi lo scorso anno i negoziatori nazionali hanno incrociato le spade. Perdendo.

 

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