Lezioni dal secolare corpo a corpo dell’Italia con il suo debito pubblico

Inutile cercare la salvezza in Europa. Il precedente virtuoso del Piemonte cavouriano, indebitato ma produttivo.

Lezioni dal secolare corpo a corpo dell’Italia con il suo debito pubblico

Camillo Benso Conte di Cavour (foto LaPresse)

Non facciamoci illusioni. Non credo ci potrà essere nell’Europa attuale alcuna decisione di unificazione del debito pubblico degli stati dell’Ue sull’esempio – richiamato dal governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco – di quanto fece il neonato Regno d’Italia nel 1861, quando unificò tutti i debiti degli stati preunitari confluiti nel nuovo stato. Magari avvenisse qualcosa di simile anche per noi! Ma perché gli altri stati, specie in tempo di Brexit, dovrebbero pagare il prezzo delle nostre demagogie e dei nostri sperperi? Ciò premesso, mi sembra che sulle differenze rispetto alla situazione del 1861 valga però la pena soffermarsi brevemente, se non altro per aiutarci a meglio focalizzare la natura e la portata del problema che affligge oggi la nostra finanza pubblica. Va ricordato, infatti, che nel 1861 il Regno d’Italia era uno stato politicamente unito e istituzionalmente accentrato, e che aveva quindi il pieno e legittimo potere di fare quel che fece in materia di debito pubblico, mentre l’Ue quei poteri ancora non li ha; ma soprattutto vanno sottolineate le forti diversità, non tanto nelle dimensioni, quanto nelle origini e nella natura del debito accumulato dall’Italia risorgimentale e liberale rispetto a quella attuale.

 

Le dimensioni del debito in rapporto al pil erano, in effetti, notevoli anche allora, anche se la cifra del 1861 era inferiore al massimo storico dei nostri giorni. Oggi, come ben sappiamo, il rapporto debito/pil ha largamente superato il 130%, mentre nel 1861, secondo calcoli recenti, si aggirava intorno al 45%. Tuttavia nei decenni successivi all’Unità il debito crebbe rapidamente, superando mediamente, a partire dal 1868, l’80%, poi dal 1876 il 90%, dagli anni Ottanta fino al 1906 il 100%, per poi scendere di nuovo fino all’80% nel 1913. E per questo, senza soffermarsi su quanto avvenne durante la Grande guerra – quando il valore assoluto del debito si moltiplicò per nove volte tra il 1914 e il 1920 e in rapporto al pil passò dall’ 81% al 125% – si può dire che anche in tempo di pace le dimensioni del debito rimasero per l’Italia liberale abbastanza inquietanti, se non anche minacciose. Tuttavia ciò che fa la differenza sostanziale rispetto a oggi sono soprattutto le finalità per le quali il debito dell’Italia liberale fu contratto.

 

Nel 1861 l’ammontare complessivo iscritto nel Gran libro del debito pubblico risultò di 2.402,3 milioni di lire correnti.  Di essi 1.321 milioni provenivano dal Regno di Sardegna, 657,8 milioni dal Regno delle Due Sicilie, 219,3 dalla Toscana, 151,5 dalla Lombardia, 22,5 dai territori ex pontifici, 16,1 dal Ducato di Modena e Reggio, 14,1 da quello di Parma e Piacenza. Se ne deduce che il livello di indebitamento maggiore era del Piemonte cavouriano, ma che neppure quello del Regno delle Due Sicilie era piccolissimo, come sostiene insistentemente la letteratura neoborbonica: era pari al 27% del totale, che equivaleva alla metà di quello del Regno sardo (55% del totale) e a più di tre volte quello di tutte le rimanenti regioni del Regno, le quali, messe assieme, non andavano oltre l’8% del debito complessivo.  Ma gran parte dell’indebitamento del Regno sabaudo era avvenuto per finanziare negli anni 1850-’60 un intenso programma di spese per istruzione, opere pubbliche e in particolare per la costruzione di strade, canali e soprattutto ferrovie, che aveva fatto di Piemonte e Liguria una delle aree meglio infrastrutturate d’Europa, teatro di uno sviluppo economico superiore a quello di qualunque altra area della penisola.

 

Alcune cifre. Nel 1848 la rete ferroviaria piemontese e ligure era quasi inesistente. Al momento dell’Unità su circa 2.500 km dell’intera penisola essa ascendeva a quasi 750 km, mentre quella del Mezzogiorno raggiungeva, nella più favorevole delle stime, 184 km ed era concentrata esclusivamente in Campania. Nel 1850-’58 le esportazioni piemontesi crebbero al ritmo del 10% in media all’anno e il saggio di sviluppo medio annuo del commercio estero fu pari a dieci volte quello del 1819-’26. Nel 1858 il livello del commercio estero per abitante ascendeva per la parte continentale del Regno delle Due Sicilie a 5,52 ducati contro i 40,13 degli stati sardi. Nel 1858 contro una popolazione del Regno di Sardegna pari al 20% del totale dell’Italia stava un valore delle importazioni pari al 39% del totale e delle esportazioni pari al 27%.

 

In definitiva alla vigilia dell’Unità lo stato guidato da Cavour era quello più indebitato della penisola, ma era anche quello più moderno e dinamico sul piano economico e dello sviluppo civile, con il più basso tasso di analfabetismo in Piemonte e Val d’Aosta (54% contro l’87% del sud continentale), quindi con il più alto tasso di credibilità sui mercati interni e internazionali. La politica cavouriana di forte pressione fiscale, forte indebitamento, ma nel contempo di forte impegno sul piano degli investimenti produttivi continuò fino alla Prima guerra mondiale. La crescita del debito fu ancora finalizzata a realizzare il più grande sforzo di modernizzazione in rapporto al reddito dell’intera storia postunitaria, creando i prerequisiti per quello sviluppo industriale che avrebbe consentito all’Italia di superare la prova delle due guerre mondiali e inserirsi nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso fra le maggiori potenze economiche del mondo.

 

Un’economia ancora largamente agricolo-commerciale, sostanzialmente priva di un vero apparato industriale, riuscì a costruire tra il 1861 e il 1886 un numero di chilometri di binari pari a quello realizzato poi tra il 1887 e il 1939. E nel 1896, con 16.000 km di binari (contro i circa 2.500 del 1861), l’Italietta aveva completato l’intera rete a binario unico e nel 1912 aveva anche colmato nel numero di km di ferrovie per abitante e per unità di superficie il divario che divideva il nord dal sud nel 1861. Insomma l’Italia liberale, come il Piemonte cavouriano, apparve credibile sui mercati interni ed esteri perché il credito richiesto era funzionale alla modernizzazione del paese, la cui economia fu infatti in grado di sostenerlo e in gran parte di riassorbirlo. Ben diversa la situazione del secondo Dopoguerra e attuale.

 

Dopo essere rimasto costantemente intorno al 30% nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, il rapporto debito/pil nel 1970 salì improvvisamente al 37%, raggiunse il 47% nel 1972,  poi spiccò il volo: 59% nel 1978; 69% nel 1983; 105% nel 1992, 122% nel 1994. Tregua e discesa fino al 100% del 2007, poi il balzo al 135% dei nostri giorni. Ma il dato di fatto veramente pericoloso è che l’aumento galoppante del debito dopo il 1970 è stato finalizzato non a finanziare gli investimenti produttivi e la modernizzazione, ma il disastro delle partecipazioni statali, gli sperperi e la corruzione dilagante della classe politica e dell’amministrazione pubblica centrale e periferica, regionale e locale, una lievitazione del costo del lavoro superiore, specie negli anni Settanta e Ottanta, a qualunque incremento di produttività, un welfare largamente al di sopra delle possibilità economiche del paese, posizioni parassitarie e privilegi individuali e collettivi di ogni genere e per di più nocivi al mondo della produzione. Il tutto condito dai ritardi biblici della magistratura (sconosciuti in età liberale), dai sovracosti energetici, dalla pressione e evasione fiscale che tutti conosciamo. Dal 2008 in poi vi si è aggiunta anche la necessità di far fronte ai bisogni minimi di una massa enorme di vittime della grande crisi internazionale, che ha messo definitivamente a nudo gli effetti del malgoverno e del non governo dei decenni precedenti.

 

Di fronte a tale stato di cose è meglio dismettere qualunque speranza di interventi salvifici dall’esterno. Senza un arresto dei processi degenerativi in atto dagli anni Settanta del secolo scorso e senza un’azione riformatrice sostanziale e decisa a partire da quella delle istituzioni e della magistratura, che renda di nuovo conveniente investire in Italia, continueremo inevitabilmente a scivolare nella china che ci ha portato ad avere uno dei debiti pubblici più elevati del mondo, contratto per garantire privilegi, sprechi, inefficienze, corruzione, inefficaci strategie di sostegno della domanda e non per rilanciare il processo di modernizzazione strutturale e infrastrutturale in un paese che ridiventa inarrestabilmente sempre più povero e arretrato.

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