Da Tokyo alla Bce, si fa macabra la danza attorno al debito pubblico

Il moloch della spesa pubblica incombe sulle politiche iper espansive. Il “lungo periodo” di Keynes vs. il “breve” di Mises. Schäuble spiegato da Tanzi.
Da Tokyo alla Bce, si fa macabra la danza attorno al debito pubblico

Vito Tanzi (foto LaPresse)

Roma. “Gli obiettivi di crescita, inflazione e risanamento del bilancio restano tutti fuori dalla portata rispetto al calendario fissato dalle autorità competenti”. Così ieri, senza mezzi termini, il Fondo monetario internazionale (Fmi) si è espresso sui risultati del più grandioso esperimento di politiche monetarie e fiscali espansive messo in campo dopo la Grande recessione del 2007-’08, quello dell’Abenomics giapponese. In teoria, la risposta di Tokyo alla stagnazione decennale doveva essere uno degli esempi cui ispirarsi in Europa; solo che nel frattempo la stagnazione nipponica è diventata quasi ventennale, e nel nostro continente insorgono altre variabili politiche dalle conseguenze economico-finanziarie imprevedibili. La Brexit, per esempio, cioè la possibilità che il Regno Unito giovedì decida di uscire dall’Unione europea. Ieri Borse e valute scommettevano sulla vittoria del “remain”, ma nel fine settimana il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schäuble, ha ribadito che l’Ue ha comunque “preso le misure per evitare il caos” dopo l’eventuale uscita di Londra. Poi però sempre Schäuble ha avvertito: “Le politiche monetarie e di bilancio hanno raggiunto il loro limite”. Il Foglio ha chiesto a Vito Tanzi – per vent’anni direttore del dipartimento Affari fiscali del Fmi e negli ultimi tempi a più riprese invitato dal ministero delle Finanze tedesco per discutere la situazione dell’Eurozona – come si possano conciliare tanto allarmismo per la volatilità dei mercati e la volontà di Schäuble di mettersi alle spalle le politiche monetarie e fiscali anticicliche: “Oggi gli epigoni di Keynes sottolineano come egli si concentrasse sul breve termine, visto che – diceva l’economista inglese – ‘nel lungo termine siamo tutti morti’. Adesso ci accorgiamo che invece aveva ragione Mises: ‘Quasi tutti noi sopravviviamo al breve termine e poi passiamo decenni a pagare pegno per un’orgia di denaro facile durata pochi anni’”.   

 

Tanzi lo scorso 22 gennaio è stato invitato a Monaco per festeggiare l’addio all’attività accademica dell’economista tedesco Hans-Werner Sinn. Unico italiano a intervenire, l’ex direttore del Fmi fu affiancato tra gli altri da Jens Weidmann, governatore della Bundesbank, e da Schäuble. Presto i contenuti di quelle giornate saranno raccolti in una pubblicazione curata dal think tank tedesco CesIfo. In una conversazione con il Foglio, Tanzi ne anticipa alcuni contenuti. Iniziando proprio dall’idea di John Maynard Keynes in base alla quale, davanti alla Grande depressione degli anni 30, “politiche fiscali espansive e limitate nel tempo, essenzialmente associate a spesa pubblica per lavori produttivi e da finanziarsi con l’indebitamento”, sarebbero state la risposta migliore. “Secondo Keynes – ricorda Tanzi – i governi si sarebbero dovuti concentrare sul breve termine perché tanto, come diceva lui, ‘nel lungo periodo siamo tutti morti’”. Il problema è che “fin dalla fine della Seconda guerra mondiale, i paesi di antica industrializzazione non hanno combattuto grandi guerre. Non hanno nemmeno fronteggiato enormi disastri naturali o altre Grandi depressioni. Non solo, gli stessi paesi non hanno avviato chissà quali investimenti pubblici concentrati in brevi periodi di tempo, come ha fatto la Cina. Anzi, come sostengono molti teorici della cosiddetta ‘stagnazione secolare’, gli investimenti in infrastrutture pubbliche sono addirittura diminuiti negli ultimi decenni”. Nonostante ciò, “il debito pubblico è cresciuto nella maggioranza dei paesi industrializzati, ha raggiunto picchi storici.

 

Tuttavia alcuni economisti, negli ultimi anni, hanno ripreso a sostenere l’urgenza per questi paesi di continuare a indebitarsi, di aumentare le spese, senza curarsi troppo del debito”. Da qui, infatti, dovrebbe venire un nuovo stimolo all’economia. Sul punto si è avviata una battaglia anche ideologica, perfino terminologica: “Per esempio ‘austerità’ non sta più a significare ‘perseguimento di un atteggiamento austero’, come da dizionario, ma significa che i governi non devono continuare a spendere troppi soldi che non hanno – dice Tanzi – Oppure si prenda il termine ‘recessione’. Un paese come gli Stati Uniti, il cui pil aumenta a un tasso di crescita maggiore del 2 per cento e con un tasso di disoccupazione sotto il 5 per cento, viene descritto come ‘profondamente depresso’”. Infine, “le ‘politiche per la crescita’ non sono più quelle destinate ad aumentare il potenziale di crescita di un’economia nel lungo termine. Ci si riferisce piuttosto a politiche che aumentano la spesa pubblica di ogni tipo, produttiva o improduttiva che sia”. Così, “su queste nuove definizioni si fonda la promozione di teorie non convenzionali di politica monetaria e fiscale”. I media, secondo Tanzi, hanno dato più spazio a economisti che aspiravano a diventare “intellettuali pubblici a tutto tondo”, anche se molti “economisti di rango non condividono le conseguenze di questa neolingua: penso a premi Nobel come Lucas, Sargent, Phelps, Fama, Kydland, Prescott, Sims e altri, per non dire di altri scomparsi negli ultimi anni”.

 

Tanzi continua controcorrente e osserva che tale nouvelle vague spendacciona ha contagiato perfino la sua vecchia istituzione di appartenenza, il Fmi, che in alcune ricerche del 2008-2009 ha auspicato misure di stimolo fiscale che fossero “ampie e sostenute nel tempo”: “Nel 2015 però è stato calcolato che i debiti pubblici erano aumentati di 25 mila miliardi di dollari dal 2007, di 19 mila miliardi nei soli paesi sviluppati. Ma il debito pubblico frena la crescita in vari modi, innanzitutto in ragione del costo del servizio sul debito che ogni anno gli stati devono corrispondere ai creditori. Poi ci sono gli effetti destabilizzanti sugli investimenti e sulla tassazione”. Contemporaneamente però, osserva l’economista italo-americano, “negli ultimi due decenni è aumentata la resistenza dei cittadini a pagare tasse ancora più alte. Quasi nessun paese è riuscito ad accrescere davvero il proprio gettito dagli anni 90 a oggi”. Da qui nasce la tentazione, per usare le parole di Schäuble, di “acquistare tempo con del denaro che non si possiede”, attraverso la politica monetaria: “E’ vero – conclude Tanzi – che le scelte delle Banche centrali paiono sempre più dipendenti da ciò che accade in campo fiscale. Ma prima o poi, dopo Keynes, dovrà tornare di moda l’avvertimento di Ludwig von Mises: “Quasi tutti noi sopravviviamo al breve termine e poi passiamo decenni a pagare pegno per un’orgia di denaro facile durata pochi anni”.

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