E se Berlino stesse finalmente diventando meno austera? Ecco i dati

Il pareggio di bilancio è mantenuto, ma ora si vedono consumi, investimenti e salari più alti. Non lo chiedevamo da sempre?
E se Berlino stesse finalmente diventando meno austera? Ecco i dati

La Cancelliera tedesca Angela Merkel (foto LaPresse)

Roma. Le Borse europee guardano altrove – Brexit, Fed, petrolio – e chiudono in rosso. Ma cosa sta succedendo nel cuore dell’Europa? Nella Germania brutta e cattiva dei Wolfgang Schäuble e degli Jens Weidman (il governatore della Bundesnak tornato ieri a tuonare contro i tassi sottozero), nella Germania degli ordoliberali senza se e senza ma? Bisogna dare a Cesare quel che è di Cesare. E riconoscere che Berlino, nel silenzio quasi generale dei media, sta reflazionando (non in deficit) la propria economia e – forse suo malgrado, magari non per un sentimento di altruismo europeo ma piuttosto per un calcolo puramente domestico – sta facendo quello che da tempo tutti le chiedono: sostenere la domanda interna, alimentare i consumi di un popolo di accaniti risparmiatori e in tal modo fornire indirettamente ossigeno all’intera economia europea.

 

Il ministro dell’Economia, Sygmar Gabriel, dice che “il modello di sviluppo tedesco sta diventando sempre meno dipendente dall’export e sempre più condizionato dalla domanda interna”. Ma i segnali di un ribilanciamento del tradizionale modello export led della Repubblica federale sono rilevati anche dagli analisti indipendenti del Credit Suisse e di Unicredit per esempio. Nel primo trimestre dell’anno l’economia è cresciuta (oltre le stime) dello 0,7 per cento trimestre su trimestre. Annualizzando la crescita dei primi tre mesi, il 2016 si chiuderebbe con un incremento di circa il 2,4 per cento del prodotto lordo. Secondo le ultime indicazioni del dicastero guidato da Gabriel, “anche il secondo trimestre è partito bene e il consolidamento del ciclo prosegue”. Il paese leader dell’Eurozona insomma appare avviato a un 2016 di solido sviluppo dopo l’appannamento degli indici di fine 2015.

 

Nel commentare la pubblicazione di questi numeri, l’Ufficio federale di statistica ha detto che “il balzo del pil riflette un aumento sostenuto dei consumi che ha più che compensato il rallentamento dell’export dovuto alla crisi dei paesi emergenti”. Casualità? In realtà i driver domestici della crescita economica sono in azione in Germania da più di un anno, in particolare da quando la Cina ha cominciato a rallentare vistosamente. Ma grazie anche a una certa retorica supercritica verso Berlino sono rimasti finora nell’ombra. Gioca in questa sottovalutazione anche la circostanza che l’accelerazione di consumi (e seppure in minor misura di investimenti) domestici si realizzi con un bilancio pubblico che riduce il suo avanzo ma resta comunque in pareggio. Il riorientamento dei fattori di sviluppo dell’economia avviene, in altre parole, quasi in sordina e senza “manovre”, bensì all’interno del modello di austerità contabile made in Germany per effetto di un aggiustamento spontaneo degli attori economici al mutare delle circostanze. Tra aprile e maggio sindacati e datori di lavoro hanno firmato due importanti contratti che coinvolgono sei milioni di lavoratori: la IgMetall per un aumento del 4,8 per cento dei salari in due anni e le rappresentanze del pubblico impiego per un analogo aumento riguardante 2 milioni di dipendenti. Se si considera che in Germania le pensioni sono agganciate ai salari della popolazione in attività, si comprende l’ulteriore spinta che potrà derivare sulla domanda dalla sigla di questi contratti.

 

Inoltre il governo federale ha stanziato 17 miliardi di euro per il finanziamento delle infrastrutture e dei servizi volti all’accoglienza degli immigrati (1 milione solo nel 2015) trasformando un terremoto sociale in un’opportunità di investimento. Questo impegno di spesa non porta in deficit il bilancio perché il costante aumento della occupazione accresce le entrate federali senza bisogno di azionare la leva fiscale. La popolazione lavorativa ha raggiunto in Germania i 43,5 milioni su una popolazione totale di 81 milioni di abitanti. Il tasso di disoccupazione è sceso a poco più del 4 per cento (meglio che negli Stati Uniti). E’ come se in Italia gli occupati fossero 32 milioni invece di 22,5. E’ anche grazie a tutto questo che Angela Merkel ha potuto mettere a tacere le pressioni, soprattutto di parte americana e giapponese, per un maggiore interventismo di Berlino all’ultimo G7 di Ise-Shima.

 

Il Bundesfinanzministerium di Schauble mostra – è vero – cautela sulla sostenibilità di questi ritmi di crescita, che dice potrebbero rallentare allo 0,5 per cento nei prossimi trimestri. Tuttavia le indicazioni provenienti dal ministero dell’Economia, i dati sull’andamento della produzione industriale di aprile (più 0,8 per cento), il costante miglioramento del clima di fiducia degli operatori e la revisione verso l’alto delle stime di crescita dell’Eurozona in generale offrono segnali incoraggianti. Sarebbe bene che le imprese italiane ne prendessero atto e si mettessero in condizioni di approfittare di questa congiuntura positiva del nostro maggiore partner commerciale.

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