L’Italia, paese fondato sulle ferie retribuite. L'ultima bufala di Michael Moore

Così il guru antiamericano diventa il nuovo regista engagé dell’1%
L’Italia, paese fondato sulle ferie retribuite. L'ultima bufala di Michael Moore

Il regista Michael Moore (foto LaPresse)

"Where to invade next", si chiama l’ultima fatica cinematografica di Michael Moore, guru antiamericano con passaporto americano. Sui contenuti e sulla stramberia della pellicola, i nostri lettori sono stati già edotti in anticipo da Mariarosa Mancuso. “Gli italiani hanno l’aspetto di chi ha appena fatto sesso”, ripete la voce fuori campo di Moore, mentre le telecamere indugiano su coppiette felici al mare, in motorino senza casco, eccetera. Marito e moglie italiani con contratto a tempo indeterminato, uno nel settore pubblico e uno nel settore privato, tessono le lodi delle 8 (otto) settimane di ferie retribuite e raccontano le loro molteplici vacanze. I tre fratelli proprietari della Lardini, società fornitrice di marchi come Burberry e Versace, aprono le porte della loro fabbrica gioiello nelle Marche e lasciano a bocca aperta il regista con frasi tipo: “A cosa serve essere più ricchi?”, “Voi americani fate poco l’amore”. Idem alla Ducati, dove il taglia e cuci di Moore fa apparire i lavoratori tutti presi dalle rilassanti pause pranzo più che dalla catena di montaggio.

 

Il trailer di 12 minuti sta circolando su Facebook e le reazioni tipo sono sorprese, più che sorprendenti. Perfino a chi non fosse bastato il curriculum di Moore, uno che in passato ha celebrato il sistema sanitario cubano come il migliore al mondo, sorge infatti un dubbio: perché il regista che ci avevano spacciato come coraggioso contrarian nei tempi bui di George W. Bush riduce il nostro paese a un giardino affollato di romanticoni in ferie e di aziende esportatrici con la mensa bio? Dubbio più che legittimo. Iniziamo dalla fine. Moore conclude il video piantando in maniera simbolica la sua bandiera americana alla Ducati, azienda di tradizione italiana, ma da anni tedesca per proprietà e gestione. Perdona lui perché non sa quello che fa, verrebbe da dire: per i tanti italiani che è-tutta-colpa-di-Merkel, questo finale infatti assomiglia a uno smacco. E ad avercene, invece, di investitori stranieri così. Peccato che mentre Moore consiglia alla sua America di importare il modello italiano, i capitali dei forestieri sono stati alla larga dal nostro paese: negli ultimi vent’anni sono arrivati in Italia soltanto l’1,6% di tutti gli investimenti esteri realizzati nel mondo, contro il 3,5% della Spagna e il 5,5% della Francia. Ma i vostri lavoratori sono coccolati, ribatterà Moore. Ad avercene, di lavoratori: siamo il paese europeo con il tasso di occupazione più basso d’Europa, solo il 55 per cento di chi ha l’età per farlo lavora davvero.

 

Il contratto a tempo indeterminato con ferie e tredicesima, allora? Solo il 16% dei nuovi lavoratori italiani ne ha ottenuto uno nel 2013. I sindacati radicali, gli imprenditori parassitari, i contratti a tempo determinato, il lavoro parasubordinato e quello autonomo, Moore non sembra vedere nulla di tutto questo, figuriamoci se nota l’oppressione fiscale e i lacciuoli vincolisti con cui si scontra chiunque provi a mettersi in proprio. Le comparse del film di Moore staranno pure in ferie per mesi, ma dal 1995 a oggi la ricchezza degli italiani under 34 si è ridotta del 60 per cento, quella degli over 65 è aumentata del 60. I neonati, poi, li vediamo giusto al cinema: Moore ci racconta che sono concepiti durante le solite lunghissime ferie, ma l’Onu ci mette in fondo alle classifiche di natalità, sotto gli Stati Uniti.

 

L’Italia non è un girone infernale dantesco, chiaro, ma prima di importare tutto il pacchetto, Moore avrebbe potuto chiedersi: perché negli Stati Uniti gli italo-americani sono quasi 18 milioni (il 5,4% dei 300 milioni di abitanti)?, perché negli ultimi tempi 5.000 italiani si trasferiscono ogni anno negli States mentre gli americani in Italia sono lo 0,3% di 60 milioni di residenti? Altro che controinformazione, quello di Moore si candida come miglior film engagé a uso e consumo del vituperato 1%.

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