Ragioni per non celebrare troppo il via libera sul deficit

Non c’è solo la manovra prossima ventura. Il moloch del debito pubblico ci indebolisce sull’Unione bancaria e penalizza i giovani.
Ragioni per non celebrare troppo il via libera sul deficit

Il Presidente del Consiglio Matteo Renzi, il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker e il presidente del Parlamento europeo Martin Schulz (foto LaPresse)

Il via libera da parte della Commissione europea alla flessibilità per l’Italia è finalmente arrivato: un decisione molto politica (ma non erano tutti burocrati a Bruxelles? E il Fiscal Compact non era una camicia di forza?) e, considerato il ritardo con cui arriva (sette mesi di attesa prima di sapere se un governo può spendere 14 miliardi di euro senza incorrere in sanzioni sono probabilmente troppi) forse, inevitabile (difficile, infatti, arrivati a questo punto chiedere una correzione in corso d'anno). La flessibilità accordata (0,85 per cento rispetto all’1 per cento richiesto nel novembre scorso) non è, però, né permanente né incondizionata. Della manovra, comunque, il governo dovrà occuparsene in autunno, al momento della stesura della Legge di Bilancio per il 2017 da inviare a Bruxelles entro il 15 ottobre. Per ora, incassa senz’altro un risultato positivo: 14 miliardi da spendere per far ripartire la crescita. Perché è proprio questa la logica delle flessibilità: spendere di più quest’anno, per avere più crescita domani e, quindi, più risorse per ripagare il disavanzo aggiuntivo. Dall’analisi della Legge di Stabilità 2016 si evince, però, che la gran parte del disavanzo previsto (circa 17,6 miliardi) verrà utilizzata per disattivare le clausole di salvaguardia (ossia per non far aumentare le tasse e non per diminuirle!), mentre le spese scenderanno per 360 milioni di cui solo 41 milioni di spesa corrente.

 

Far ripartire la crescita è condizione necessaria per ridurre il debito pubblico (che secondo le previsioni comunitarie non calerebbe al 132,4 per cento come previsto nel Def, ma resterebbe stazionario al 132,7 per cento, il livello del 2015), “uno degli obiettivi chiave” per la Commissione europea della strategia di politica economica dell’Italia. Tuttavia, proprio sul fronte della crescita, l’Italia continua a mostrare un ritardo rispetto agli altri partner europei. Nel 2015, il pil è aumentato dello 0,8 per cento, la metà della media della zona euro, un divario confermato sia dai dati Istat per il primo trimestre dell’anno in corso (0,3 per cento contro lo 0,6 per cento dei partner europei) sia dalle recenti su base annua (1,1 per cento contro l’1,6 per cento della media dell’area). Lo scarso dinamismo dell’economia italiana è principalmente ascrivibile al ristagno della produttività, una debolezza strutturale che il paese si trascina da oltre un decennio e che non sembra migliorare: nel 2015 la produttività del lavoro misurata sulle ore lavorate è scesa dello 0,1 per cento e per l’anno in corso è prevista sostanzialmente stabile (tabella pagina 26 del Def), nonostante l’azione riformatrice del governo. E’ chiaro che le riforme hanno bisogno di tempo per dispiegare al meglio i loro effetti. Tanto per intendersi, è ancora presto per dare un giudizio definitivo sul Jobs Act, anche perché la parte (fondamentale) delle politiche attive non è stata neanche avviata. Tuttavia, su diversi fronti restano ritardi e timidezze. Per esempio, a che punto è la riforma della Pubblica amministrazione, la più importante in termini di ricadute sul pil (il Def prevede un incremento di quasi mezzo punto percentuale del pil nei prossimo quinquennio)? Qual è l’effetto in termini di risparmi di spesa e di guadagni di efficienza? Difficile dare una risposta considerate le poche informazioni disponibili. Per ora, gli unici segnali di vita di una riforma molto annunciata e poco implementata arrivano dal Consiglio di Stato che sta evidenziando nei decreti attuativi approvati in via preliminare dal Consiglio dei ministri diversi problemi di forma e di sostanza.

 

Senza un’azione riformatrice incisiva è difficile far scendere il debito. E rimandare l’aggiustamento è un problema. Per almeno tre motivi. In primo luogo perché i nostri partner temono il contagio: gli anni di crisi hanno dimostrato che i primi ad essere colpiti dall’instabilità finanziaria sono proprio i paesi ad alto debito. In secondo luogo, perché il persistere di livelli di debito alti, in una fase di politica monetaria espansiva, rischia di confermare la tesi dell’azzardo morale. Secondo questa tesi, la politica dei tassi di interesse bassi toglie l’incentivo al risanamento fiscale. Il danno per la collettività è evidente: nel caso del pescatore perché riduce la disponibilità di pesci per gli altri, nel caso dello stato che aumenta il debito pubblico approfittando dei tassi bassi perché crea instabilità finanziaria. A quel punto, se non vi è consenso politico per fare ulteriori passi in avanti verso una maggiore integrazione fiscale in Europa, l’unica soluzione è l’adozione di regole fiscali ancora più severe. In terzo luogo, un debito elevato è un problema perché indebolisce la posizione negoziale del paese stesso. L’Italia, in particolare, rischia di affrontare negoziati complessi (e di primaria importanza) come il completamento dell’Unione bancaria, con le armi spuntate.
In fin dei conti, però, al di là di quello che pensano i nostri partner europei, un debito elevato dovrebbe preoccuparci soprattutto perché pesa sui giovani di oggi, una generazione che in molti non esitano a definire “perduta”, senza lavoro e senza futuro. Non a caso, il presidente del Consiglio Renzi, in campagna elettorale per le primarie, ricordava spesso che “il debito va ridotto non perché ce lo chiede l’Europa ma perché ce lo chiedono i nostri figli”. 

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