Se dietro l’ultima contesa per il Corriere si nasconde Bolloré

“Di questo argomento non parlo più”: dopo l’incontro a Milano nello studio legale BonelliErede con i suoi advisor, tra i quali Gaetano Miccichè della Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), Urbano Cairo ha deciso una sorta di silenzio stampa. Proprio come si fa nel calcio quando le cose non vanno bene.
Se dietro l’ultima contesa per il Corriere si nasconde Bolloré

Vincent Bolloré (foto LaPresse)

Roma. “Di questo argomento non parlo più”: dopo l’incontro a Milano nello studio legale BonelliErede con i suoi advisor, tra i quali Gaetano Miccichè della Banca Imi (gruppo Intesa Sanpaolo), Urbano Cairo ha deciso una sorta di silenzio stampa. Proprio come si fa nel calcio quando le cose non vanno bene. Per venerdì è convocato il cda di Rcs. Intanto, ieri il titolo ha raggiunto i 72 centesimi, due in più del prezzo con il quale Mediobanca ha lanciato l’Offerta pubblica di acquisto (Opa) insieme al quartetto composto da Andrea Bonomi, Diego Della Valle, Carlo Cimbri dell’UnipolSai e Marco Tronchetti Provera di Pirelli (ChemChina). La pelle dell’orso è sempre lì, ben attaccata al corpo, meglio non venderla prima del tempo. Una cosa è certa: se vince l’Opa, il socio numero uno sarà Bonomi, ma l’azionista di riferimento andrà cercato in Piazzetta Cuccia che in Via Solferino è di casa, come del resto la Intesa di Giovanni Bazoli; per un quarto di secolo hanno fatto e disfatto, prima con Agnelli e Romiti, poi duellando senza più filtri. Cairo non ha intenzione di cambiare la sua offerta di scambio, anche se potrebbe rilanciare in più modi: mettendo in campo denaro fresco visto che ha in cassa oltre cento milioni di euro (può modificare la propria offerta di scambio o fondere la sua azienda e la Rcs); scegliendo un socio che rafforzi la sua immagine sul piano sia finanziario sia editoriale; facendosi sostenere in modo duro da Intesa Sanpaolo. Il gruppo costruito pezzo per pezzo da Bazoli oggi presidente emerito e sponsor della operazione Cairo, vanta un credito di 126 milioni su un totale di 423 che Rcs deve restituire alle banche. Ebbene potrebbe sempre chiedere il rientro come fece nel 1992 Enrico Cuccia con la Fininvest di Silvio Berlusconi. E’ vero che i ricatti negli affari hanno le gambe corte. Berlusconi trovò Cesare Geronzi allora capo del Banco di Roma. Ma, oggi, dobbiamo anche cambiare registro, e parlare francese per capire.

 

Quanto a Mediobanca vanta anch’essa crediti da riscuotere e tra i suoi azionisti c’è Unicredit che Alessandro Profumo fece uscire da Via Solferino, ma ha continuato a finanziare il gruppo editoriale. Senza contare le relazioni nella haute finance.

 

Usiamo il francese e non per caso. In Piazzetta Cuccia oggi si parla l’idioma di Voltaire molto più che ai tempi in cui Cuccia e André Meyer, il patron della Lazard, stipulavano i loro patti segreti. Il rilancio della banca d’affari milanese, infatti, è avvenuto negli ultimi tempi all’insegna della finanza e dell’industria transalpina, grazie al sostegno di Vincent Bolloré diventato l’uomo forte anche nel Risiko italiano. Il magnate bretone, a capo di vasti possedimenti dall’Africa alle Americhe, con un patrimonio di oltre sei miliardi di euro, è il secondo azionista di Mediobanca, quasi alla pari con Unicredit. Era entrato nel 2002 in aiuto di Vincenzo Maranghi, successore di Cuccia, insidiato dalle mosse a tenaglia di Geronzi e Alessandro Profumo che guidavano le due banche azioniste di riferimento (Banco di Roma e Credito italiano). Non solo: faceva da sostegno al vecchio mentore Antoine Bernheim uno dei soci forti della Lazard già presidente delle Assicurazioni Generali. In tutti questi anni, Bolloré ha interpretato più ruoli: talvolta da eminenza grigia, talaltra da incursore come quando cercò di prendersi i pezzi pregiati del gruppo Ligresti insieme ai connazionali di Groupama, e persino da distruttore di equilibri e amicizie scalzando prima Bernheim e poi Geronzi dalla presidenza delle Generali. Adesso ha conquistato Telecom Italia con Vivendi, ha allacciato il primo nucleo di un’alleanza con Mediaset, ha visto salire al vertice del Leone di Trieste un suo amico come Philippe Donnet, proveniente da Axa. Tutto questo con l’appoggio di Mediobanca.

 

Una mano lava l’altra. E’ stata la mano di Bolloré a sostenere Nagel nei momenti difficili, ai tempi del salvataggio del gruppo Ligresti, i giorni del pizzino nel quale aveva messo per iscritto i desiderata del vecchio uomo d’affari siciliano alleato storico di Cuccia. Allora, il capo di Mediobanca ha avuto l’estro di tirare in ballo Unipol, la compagnia di assicurazioni delle cooperative rosse e di sposare falce, martello e compasso, come nello stemma della ex Repubblica democratica tedesca. Con l’acquisto della Sai, Unipol ha salvato la banca d’affari esposta per oltre un miliardo con Ligresti, è entrata nella Rcs e ha un ruolo attivo nell’Opa per il Corriere della Sera. La compagnia di via Stalingrado è un pezzo robusto della sinistra post comunista, non renziana, storicamente parte del mondo emilian-bersaniano, ma oggi ministro del Lavoro e sostegno robusto di Renzi è quel Giuliano Poletti da Imola, ex presidente della Legacoop. Così, Mediobanca si è fatta ancora più trasversale rispetto ai tempi di Cuccia. Non bisogna dimenticare che nel consiglio di amministrazione sedevano fino al 2012 Ennio Doris (rimpiazzato da Maurizio Carfagna) e Marina Berlusconi (oggi c’è Maurizio Costa già Fininvest e Mondadori, attuale presidente di Rcs). A Bolloré, da sempre vicino anche grazie a Tarak Ben Ammar, guarda del resto l’ex Cavaliere per sistemare la propria eredità.

 

Sono tante dunque, a destra, a sinistra e al centro, le pedine che Nagel può piazzare per acquisire consenso alla propria operazione. Cairo per il momento conta (a parte i supporter del Fatto quotidiano) solo su Intesa Sanpaolo, prima banca italiana, molto italiana, forse troppo. Ha come braccio operativo la vecchia Imi riplasmata che ambisce a farsi spazio nel mondo degli affari, ma resta lontana da Mediobanca. Secondo alcune indiscrezioni, sarebbe stato proprio Miccichè a contattare per primo (e almeno in due occasioni) Andrea Bonomi quando ancora il finanziere si schermiva. Forse non era stato il primo, in ogni caso era difficile convincere Bonomi a mollare Nagel che lo ha aiutato in questi anni a raggiungere una posizione di punta nella finanza italiana, a cominciare dall’intervento nella Banca Popolare di Milano. Vedremo se e come Bazoli dispiegherà la propria rete relazionale attorno a Cairo per contrastare il network di Mediobanca. E’ vero, il vecchio capitalismo non sta molto bene, ma è duro a morire.

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