Politica industriale? Sono solo salvataggi o favori, Renzi lo sa. Parla Giavazzi

Francesco Giavazzi, economista della Bocconi ed editorialista del Corriere della Sera, legge il saggio di Debenedetti e vi scorge utili insegnamenti per il governo su Eni, Enel e Cdp. A suo avviso la vera anomalia italiana rispetto ad altri paesi europei è la debolezza del capitalismo privato.
Politica industriale? Sono solo salvataggi o favori, Renzi lo sa. Parla Giavazzi

Giavazzi: “Se Renzi potesse usare liberamente la Cdp lo farebbe per risolvere il problema delle sofferenze bancarie. Questa è la vera priorità oggi, non la politica industriale”

Il guaio dell’economia italiana è che i privati non si sono dimostrati molto migliori dello stato. Il libro lo racconta in modo chiaro e sono contento che Franco Debenedetti lo abbia messo in rilievo”. Francesco Giavazzi, economista ed editorialista del Corriere della Sera, risponde da Chicago dove insegna per tutto quest’anno accademico alla richiesta di commentare l’“insana idea della politica industriale”, uno strumento che il professore, autore insieme al collega di Harvard Alberto Alesina di un pamphlet molto efficace e di successo come “Il liberismo è di sinistra”, ha sempre criticato a fondo. A suo avviso la vera anomalia italiana rispetto ad altri paesi europei nei quali pure lo stato interviene direttamente o indirettamente, per lo più con esiti contraddittori se non negativi (la Francia colbertista, la Germania consociativa, la Gran Bretagna laburista prima della svolta thatcheriana), è proprio la debolezza del capitalismo privato.

 


Francesco Giavazzi


 

“I privati non sono stati bravi – spiega Giavazzi – anche perché lo stato da una parte ha lasciato loro poco spazio, dall’altra perché li ha tenuti nella bambagia, assistiti e protetti. Se l’Alfa Romeo fosse andata alla Ford, se le barriere alle auto giapponesi fossero state tolte molto prima, anche la Fiat ne avrebbe tratto giovamento. E’ un fatto che la Fiat sia andata meglio quando ha avuto meno sostegni pubblici”.

 

Tra “i due mondi” dei quali parla Debenedetti, quello dell’industria privata e quello dell’industria pubblica, non c’è mai stata in Italia una separazione di fondo. Per mettere in rilievo le pecche del capitalismo privato, Giavazzi fa l’esempio del suo giornale, il Corriere della Sera: “Quando gli Agnelli dicono di aver salvato tre volte il Corriere, riscrivono la storia a loro uso e consumo. La verità è che hanno scaricato sulla Rcs loro problemi come nel caso della Fabbri”. Un altro esempio è il referendum sulle trivelle: la Confindustria è stata alla finestra e non ha difeso nemmeno i propri associati. Infine, il caso dell’ex ministro dello Sviluppo, Federica Guidi: “Una esponente dell’industria privata è diventata ministro dello sviluppo e ci ha fatto rimpiangere la vecchia politica”.

 

Giavazzi non è convinto della conversione neostatalista del governo Renzi. Piuttosto, gli sembra che stia rincorrendo le emergenze, come l’Ilva che a oggi sembra il problema più serio. La Cassa depositi e prestiti ha dei limiti intrinseci, a cominciare dal fatto che non ha abbastanza capitale. Il paragone con la Caisse des Dépots et Consignations francese e con il tedesco Kreditanstalt für Wiederaufbau tralascia alcune differenze di fondo che riguardano proprio l’approvvigionamento di risorse (direttamente dal Tesoro la Cdc e sul mercato il KfW). “Io credo che se Renzi potesse usare liberamente la Cdp – sottolinea Giavazzi – lo farebbe per risolvere il problema delle sofferenze bancarie. Questa è la vera priorità oggi, non la politica industriale”.

 

Del resto, la stagione delle privatizzazioni è tutt’altro che conclusa. “Vendendo Eni ed Enel si potrebbero ricavare ai prezzi di oggi trenta miliardi con i quali si possono fare davvero parecchie cose. Mi chiedo se sia davvero più conveniente impiegare le risorse per mantenere queste partecipazioni oppure per disincagliare le banche”. Anche Giavazzi, come Debenedetti, critica l’economista Mariana Mazzucato e la sua idea di “stato innovatore”. Sì certo, sottolinea, c’è stata una ricaduta tecnologica della guerra, di tutte le guerre e anche della Guerra fredda, ma i personal computer non sarebbero diventati quel che sono senza Bill Gates e il suo Ms-dos, lo smartphone non è nato in combattimento, e lo stesso vale per internet che pure deriva da Arpanet, ma anche da Aol: la rete non sarebbe mai diventata così pervasiva senza la convergenza delle innovazioni prodotte dai soggetti protagonisti del mercato.

 

I fondi sovrani non fanno politica, anzi geopolitica industriale? “No, non lo credo. Piuttosto cercano di mettere a frutto i guadagni petroliferi per colmare esigenze e priorità interne”: salvare il welfare state in Norvegia, diversificare l’economia come cerca di fare oggi l’Arabia Saudita. “In realtà la politica industriale la fa chi non ha i soldi, per sostenere e sovvenzionare imprese deboli o decotte. In questo senso, coincide con politiche di salvataggio”.

 

E incentivare la riconversione ecologica? E’ un obiettivo che si sono dati i governi i quali attuano politiche di incentivi per sviluppare nuove industrie. La Germania, per esempio, ha appena deciso di dare quattromila euro a chi compra un’auto elettrica. “Francamente non credo che questa sia la strada giusta – ribatte Giavazzi – Se l’obiettivo è ridurre l’inquinamento, la via maestra è aumentare la tassazione: rendere più costosa l’emissione di CO2 è il vero mezzo per disincentivarla. Poi la gente sceglierà se vuole andare in bicicletta, in metropolitana o sull’auto elettrica. Per capire gli effetti perversi degli incentivi basti vedere che cosa abbiamo fatto in Italia con i pannelli solari. Costano 10 miliardi l’anno, abbiamo dato un regalo a chi li installa senza sapere chi pagherà tra dieci anni per sostituirli. L’idea che sia lo stato a scegliere il mezzo è sbagliata e controproducente.  Si illude chi crede che si possano individuare i settori strategici e lo stato possa guidare le scelte di investimento, come se gli esponenti del governo potesse davvero saperne di più degli imprenditori”.

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