Ritorno alla Terra Laboris

Perché vale la pena ricordare che 55 milioni di fondi pubblici sono finiti a tamponare la balla mediatica della Terra dei Fuochi che avvelena i campi anziché essere usati per salvaguardare l'occupazione.
Ritorno alla Terra Laboris

Riteniamo sia oramai anacronistico riferirsi alla Piana Campana come alla provincia erede dell’antica Terra Laboris, Terra di Lavoro. La stampa e le televisioni, diramando comizi dei pentiti a reti unificate, ci hanno raccontato negli ultimi tre anni che quelle terre agricole corrispondono al perimetro della cosiddetta “Terra dei Fuochi”. Non teatro di lavoro e operosa sapienza, ma di scandali mediatizzati peraltro senza serie prove a conforto; come qui diciamo da sempre. Ma c’è di peggio.

 

La percentuale di occupati in Campania del 39,2 per cento, peggiore della Grecia. Il lavoro manca. E’ dunque paradossale, a maggiore ragione, che 55 milioni di euro di fondi europei, secondo i calcoli del sito ilnapolista.it pubblicati in occasione del 1° maggio, che erano destinati alla realizzazione di misure anticicliche e per la salvaguardia dell’occupazione siano stati invece usati per scavare buche alla ricerca infruttuosa di rifiuti tossici (o addirittura nucleari), in analisi superflue dei prodotti agricoli o anche sugli spermatozoi alla ricerca di biomarcatori validi a indicare esposizioni a sostanze pericolose. In sostanza soldi spesi per iniziative squisitamente mediatiche tese a rassicurare una popolazione artatamente allarmata e a restaurare l’immagine dell’agricoltura campana – ad esempio con i codici digitali di tracciabilità da consultare con gli smartphone – la cui reputazione è stata demolita da prodotti mediatici – libri, articoli, servizi televisivi – dai toni scandalistici.

 

Per difendere la Terra di Lavoro sarebbe forse bastata una potente e pubblica difesa dalle ingiurie scagliate verso gli agricoltori da parte dell'establishment politico locale e nazionale. Ingiurie di cui s’era fatto portavoce il bioprete Maurizio Patriciello, sodale del generale Sergio Costa, comandante del Corpo forestale campano, nella battaglia “anti veleni”; salvo poi essere smentiti dai dati statistici prodotti da successive approfondite (e costose) indagini. Forse, anche queste, potevamo risparmiarcele. E’ ora, adesso, che investimenti pro produttività rubino il pascoscenico alle sceneggiate.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi